| DA TAORMINA A VIAREGGIO IL FRONTE DEI CASINO` NON MOLLA. NEPPURE IL VIMINALE | 24/11/2009 |
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Sbatte contro il muro di gomma del ministero dell`Interno la
delibera con cui il Consiglio comunale di Viareggio si impegna a «predisporre gli atti per le richieste della concessione governativa, necessaria alla realizzazione del Progetto Sperimentale Pilota e all’apertura del “Casinò di Viareggio e della Versilia”».
Dal Viminale, dopo le precisazioni dei giorni scorsi circa la necessità della via parlamentare per poter istituire nuovi casinò, ribadiscono che per risolvere l`annosa questione è indispensabile una modifica dell`attuale normativa; modifica che passa obbligatoriamente dall`approvazione di una legge.
Niente di nuovo né di strano: Maroni non fa altro che ripetere
ciò che la Corte Costituzionale ha ampiamente illustrato nelle sentenze n.152/1985 e n.291/2001. E cioé che: «gli atti istitutivi dei casinò per i quali il ministero dell`Interno dispone per legge di un potere autorizzativo, in deroga agli articoli 718 e seguenti del codice penale, residuano da una normativa giudicata disorganica e insufficiente sulla quale il Parlamento è
chiamato a intervenire con una legislazione organica che razionalizzi l`intero settore, da realizzare in tempi ragionevoli non essendo più giustificabile un sistema normativo ormai superato e sotto diversi profili incoerente rispetto all`attuale quadro costituzionale». Il caso Viareggio, che quest`estate provocò un`accesa polemica tra il sindaco e il suo vice con conseguente "sfiducia" di quest`ultimo, si chiude dunque con un nulla di fatto.
Anche per “forzare” la riapertura del casinò di Taormina,
non più tardi di una settimana fa, il leader del Movimento per l`Indipendenza della Sicilia, Salvatore Musumeci, aveva sollecitato al governatore Lombardo l`adozione dei poteri conferiti dallo Statuto regionale autonomo. Ma le
evidenti implicazioni politiche con il governo centrale (e altri
approfondimenti di ordine tecnico-giuridico) hanno sconsigliato un braccio di ferro destinato all`insuccesso.
Insomma, se davvero si vogliono questi benedetti casinò,
occorre una legge dello Stato. Ma soprattutto occorre che su questa materia si apra in Parlamento un dibattito serio, non ideologico, magari aggiornando pensieri e posizioni con i mutamenti epocali che negli ultimi anni hanno investito il comparto del gioco d`alea.
Solo qualche giorno fa dai banchi di Palazzo Madama, in
occasione della discussione provocata dall’emendamento Zanetta diretto a istituire otto nuove case da gioco, si è levato il grido di allarme del senatore del PdL, Raffaele Lauro (nella foto), che ha anche presentato una mozione, condivisa da una ventina di altri parlamentari dello stesso partito, con la quale si stigmatizzano le recenti disposizioni a favore del gioco pubblico e si accusa lo Stato «di aver abbandonato la funzione regolativa/contenitiva e di aver generato una fiscalità regressiva sul reddito (si incamera di più, percentualmente, da chi ha reddito più basso), “superando” quindi le finalità fiscali per preferire le finalità di modello di business. Lo Stato ha così perso il timone e ha portato il gioco pubblico d’azzardo nel grande mare dei business criminali».
Sui casinò, nello specifico, l’ex prefetto e Commissario
straordinario all’Antiracket e all’Antiusura ha argomentato con il solito “rischio criminalità”, riportando studi americani (datati 1987) sull’aumento del numero dei reati ad Atlantic City. (A onor del vero i due socio-economisti citati, Hakim e Friedman, hanno evidenziato più che altro una “mutazione genetica dei reati”, fenomeno “fisiologico” alla diffusione di ogni attività “sensibile”
che tira in ballo la necessità di adeguate previsioni normative).
Insomma, le solite menate. Senza nulla togliere alle
osservazioni di fondo – specie di chi, come il senatore Lauro, ha bazzicato tra documenti e informazioni riservate – che sicuramente offrono stimolanti spunti di riflessione e di discussione su una materia troppo spesso affrontata con colpevole approssimazione.
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Gianfranco Bonanno
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