I guasti del gioco pubblico su Rai3. Tra sensazionalismo e superficialità

«Ho cominciato questa battaglia come ministro e intendo continuarla perché tutti i dati ci dicono che è una questione importante, sotto molteplici profili, sociali e sanitari in particolare». Così il ministro della Salute, Renato Balduzzi, alla precisa domanda di Oliviero Beha, conduttore della tramissione Brontolo in onda su Rai Tre, questa mattina dedicata allo spinoso problema del gioco d’azzardo pubblico. (Cliccando sul link è possibile rivedere la puntata).

Balduzzi, candidato con la Lista Monti per la Camera, ha anche ammesso che i provvedimenti contenuti nella legge che porta il suo nome «sono soltanto il primo passo» per contrastare il crescente  fenomeno del Gap (gioco d’azzardo patologico). Facendo capire che in Parlamento il suo decreto è stato oggetto di un sofferto compromesso tra chi voleva misure più incisive e chi cercava di allentarne la portata.

«Le potenti lobby del settore» sono state invece evocate dall’ex generale della Guardia di Finanza, Umberto Rapetto (nella foto), che negli anni scorsi si è occupato dei crimini informatici connessi al gioco d’azzardo. Dal caso Black Slot, partito dalla procura di Venezia e conclusosi proprio lo scorso dicembre con una sentenza di assoluzione per tutti gli imputati, al più clamoroso caso delle maxipenali ai concessionari Aams, ai quali erano stati richiesti 98 miliardi di euro per evasione fiscale, poi ridotti a 2,5 miliardi dalla Corte dei Conti.

Rapetto – in seguito “costretto” a dimettersi dall’incarico di comandante del Gat (Gruppo anticrimine tecnologico della Finanza), non risparmia frecciate. «Ho vissuto indagini che non hanno avuto risonanza mediatica – dichiara con fermezza – perché i protagonisti erano magari i primi inserzionisti delle testate giornalistiche». E ancora: «Ho avuto il privilegio unico di essere castigato per aver fatto il mio dovere ma soprattutto di aver visto lo Stato che si è rifiutato di incassare quello che invece la Procura della Corte dei Conti aveva individuato».

In studio era presente anche l’ex procuratore antimafia Pietro Grasso, candidato con il Pd al Senato, il quale ha espresso la sua meraviglia per l’assenza del tema nell’attuale dibattito elettorale. Tra gli intervenuti, la senatrice del Pdl Anna Bonfrisco, il presidente nazionale Cnca (Coordinamento Nazionale delle Comunità d’Accoglienza) Don Armando Zappolini, e Massimo Passamonti, presidente di Confindustria Giochi, al quale è spettato l’arduo compito di contestare dati e dinamiche di un’attività che è ancora lungi dall’essere ben rappresentata dai media generalisti. Anche la nota di colore del cabarettista Maurizio Battista, infatti, è apparsa alquanto sbiadita.

Gianfranco Bonanno

I sindaci lombardi lanciano il Manifesto contro l’azzardo di Stato

L’input arriva dalla Lombardia, ma è prevedibile un rapido effetto virale in tutto il Paese. Domani, presso la sede di Legautonomie a Milano, sarà presentato il Manifesto dei Sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo. L’evento è promosso dalla Scuola delle buone pratiche, un laboratorio attivato dalla Lega delle Autonomie locali in collaborazione con l’associazione Terre di Mezzo, con l’obiettivo di offrire a sindaci e amministratori pubblici strumenti informativi e organizzativi idonei a contrastare l’insediamento di slot e nuove sale giochi nei territori.

Una rete di istituzioni locali, per il momento amministrazioni comunali della Lombardia, che chiedono una nuova legge nazionale fondata sulla riduzione dell’offerta di gioco e il contenimento dell’accesso; leggi regionali che chiariscano le modalità di intervento sia per la cura dei giocatori patologici sia per la prevenzione dei rischi derivanti dal gioco d’azzardo; nuovi poteri di ordinanza ai sindaci in materia di apertura e funzionamento delle sale.

L’iniziativa della Scuola delle buone pratiche fa il paio con il tavolo tecnico attivato da Anci, Anit e Lexgiochi, la cui prima uscita pubblica è stato il convegno organizzato lo scorso novembre a Firenze nell’ambito della rassegna Dire&Fare, ed è l’ennesima testimonianza di come il problema necessiti di soluzioni non più differibili. L’appello è alla politica e alle istituzioni governative, diretti responsabili di una dissennata capillarizzazione dell’offerta di gioco che sta scompaginando il tessuto famigliare e sociale di intere comunità. Una piaga che assume contorni ancora più sconcertanti se si pensa che tutto ciò è stato concepito e favorito in nome di interessi erariali, quindi della collettività.

Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è paradossale. E svela tutte le miserie di una classe politica insipiente e corrotta a cui fanno da degno contraltare le lacune di categorie imprenditoriali aduse a pratiche di connivenza e incapaci di progettare scenari di ampio raggio. Non solo gli introiti dello Stato sono in costante e consistente calo – e ciò a causa della necessità di dover conquistare l’utenza attraverso prodotti fidelizzanti, quindi ad alto payout e dal ridotto impatto fiscale -, ma se gli interventi previsti nella legge Balduzzi contro il Gap (gioco d’azzardo patologico), così come gli altri costi sociali, dovranno essere finanziati con il capitolo “gioco”, lo spread tra costi e ricavi farà perdere (anche) senso economico alla ratio che è alla base di questa scelta scellerata… Senza dire che lo stesso mercato sta per imboccare la sua curva di Gauss perchè imprigionato in logiche industriali parassitarie e in ancor più costrittive regole finanziarie (oggi i concessionari Aams sono quasi tutti in mano a gruppi di investimento).

Da quasi mezzo secolo i Comuni dell’Anit chiedono una legge di regolamentazione del gioco d’azzardo che preveda l’apertura di nuovi casinò “regionali”. Ciò consentirebbe un’adeguata localizzazione dell’offerta di gioco, offrendo allo stesso tempo opportunità, in particolare sotto il profilo turistico, agli enti locali e territoriali, che sarebbero direttamente coinvolti nel governo di un prodotto/servizio così sensibile. Ma anche lo Stato ne trarrebbe vantaggio, perchè nel modello ipotizzato troverebbe giustificazione una riduzione dei trasferimenti alle amministrazioni locali.

Anche l’idea dei kursaal (maquillage semantico del format casinò), rivolta agli imprenditori del settore, non ha trovato sponde concrete, fermandosi a mere dichiarazioni di intenti. Eppure, anche uno studente al primo anno di economia si accorgerebbe che il tempo delle vacche grasse sta per finire. Per un motivo o per l’altro. E se il proclamato New Deal della politica dovesse davvero avere corso, chi proteggerà gli sprovveduti concessionari finanziarizzati? Farebbero la fine dei loro colleghi “casinisti” che in settant’anni di sussiegoso monopolio credevano di essere al riparo da ogni cambiamento.

Gianfranco Bonanno

Azzardo di Stato nel segno del toro

Gioco di Stato sempre nel segno del toro. Almeno per la raccolta, che nei primi dieci mesi dell’anno appena trascorso registra l’ennesimo incremento (il 12,7%) rispetto all’analogo periodo del 2011. I dati diffusi dai Monopoli parlano chiaro: gennaio-ottobre 2012 si è chiuso a quota 70,26 miliardi di euro contro i 62,3 del 2011. A guidare la classifica sono sempre gli apparecchi elettronici (slot e Vlt) che totalizzano circa 38,5 miliardi di euro, pari a quasi il 55% della raccolta complessiva. (v. tabella sotto)

Seguono poker (in particolare in modalità cash) e giochi da casinò, che fanno un balzo del 275%, passando da 3,85 a ben 10,56 miliardi! Se poi si considera anche il miliardo e passa degli skill games, ovvero essenzialmente del poker a torneo (comunque dimezzato rispetto al precedente periodo), i giochi di carte e da casinò si presentano come l’alternativa più concreta alle macchinette mangiasoldi. La conferma arriva analizzando un altro benchmark fondamentale: la spesa. Che, in questa tipologia di giochi, ha un’incidenza minima grazie all’alta percentuale di payout (vincite dei giocatori): 0,9% per gli  skill games e e 2% per il poker cash.

In totale, nel periodo considerato, gli italiani hanno “investito” nei giochi d’azzardo di Stato circa 14 miliardi di euro, 700 milioni in meno (il 4,6%) rispetto al 2011. Le vincite sono state pari a 56,2 miliardi (+18%), mentre  all’Erario sono andati poco più di 6,8 miliardi, il 10,5% in meno rispetto ai 7,6 miliardi dei primi dieci mesi del 2011.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gianfranco Bonanno

2012 da dimenticare per i casinò italiani

Previsioni confermate per i quattro casinò nazionali. Negli ultimi cinque anni il segno meno è ormai diventato un indice costante. Nel 2012 sono andati in fumo altri 75 milioni di euro rispetto al già magro bottino dell’anno precedente, portando i ricavi complessivi a poco più di 332 milioni sui 407 registrati nel 2011. In termini percentuali la flessione è stata di quasi il 19%. Si tratta della peggior performance nella storia delle maison italiane.

Guardando nel dettaglio, è Sanremo a detenere il record negativo totalizzando poco più di 50 milioni contro i 64 (- 21,5%) dell’anno precedente. Segue Saint Vincent con 76,6 milioni (erano 95, 5 nel 2011) e una perdita secca di quasi il 20%. Lontanti i tempi in cui la Valle poteva vantare il più grande e importante casinò d’Europa, ma c’è anche da dire che St. Vincent è l’unica casa da gioco (non solo in Italia) che ha avviato un radicale processo di innovazione e cambiamenti, anche gestionali, che fanno ben sperare per il suo futuro. Proseguendo nella triste graduatoria, Campione passa da 108,8 a 90,7 (- 16,7%), mentre Venezia registra la perdita meno pesante (ma è un modo di dire), passando da 136,3 a 114,1 milioni (-16,3%).

Anche le presenze confermano la disaffezione della clientela per quest’offerta di gioco tradizionale, che stenta a trovare formule e prodotti innovativi. Nell’anno appena concluso sono stati staccati poco più di 2,66 milioni di biglietti contro i 2,99 del 2011: circa 300 mila in meno, pari a un calo dell’11%. Tra i giochi preferiti le slot machine, che hanno incassato complessivamente 204 milioni (61% del totale), mentre i tavoli della roulette hanno “raschiato” circa 60 milioni.

Gianfranco Bonanno

Gap, scatta l’obbligo di informazione sui rischi di dipendenza

Da ieri è scattato l’obbligo, per i gestori dei locali pubblici che offrono prodotti di gioco, di esporre materiali informativi sui rischi connessi alla pratica dell’azzardo e sui relativi servizi di cura. Entrano così in vigore le disposizioni contenute nella legge 189/2012, che ha convertito il “decreto Balduzzi”.  “Se il gioco diventa un problema puoi chiedere aiuto”: è questo il messaggio contenuto nelle locandine che dovranno essere affisse, in modo ben visibile, nei luoghi in cui si può giocare d’azzardo, per informare i frequentatori sui rischi e sui servizi a cui ci si può rivolgere per avere assistenza per sé, per familiari o amici con dipendenza da gioco d’azzardo, e dunque ammalati.

“Il gioco d’azzardo patologico è una malattia che si può curare” viene esplicitato nella locandina che fornisce i riferimenti dei Servizi sanitari regionali a cui ci si può rivolgere per avere indirizzi e orari delle strutture dedicate a questa patologia. L’assistenza è gratuita in quanto il Gap (gioco d’azzardo patologico) rientra, in virtù della nuova legge, nei livelli essenziali di assistenza (Lea). Il servizio può essere richiesto anche in anonimato, rivolgendosi all’Associazione giocatori anonimi che opera in collaborazione con le Aziende sanitarie.

Gianfranco Bonanno