Il Comune di Pavia lancia la “Carta etica” per i locali senza slot

Iniziativa del Comune di Pavia per scoraggiare la pratica del gioco d’azzardo pubblico, da queste parti assai diffusa considerato che la provincia pavese detiene da anni il non invidiabile primato per la spesa pro-capite in slot e tagliandi della fortuna. Il Comune ha lanciato il brand “Esercizio etico”, un “marchio di valorizzazione e qualità” al fine di rafforzare una presa di coscienza etica ed economica per tutti quegli esercizi “amici” delle famiglie con particolare attenzione all’educazione.

Un progetto, il primo sorto in Italia, voluto dall’Amministrazione locale, in collaborazione con la Comunità Casa del Giovane ed il Tavolo Permanente Prevenzione Dipendenze, sulla sensibilizzazione e consapevolezza delle problematiche sociali legate al gioco d’azzardo, all’alcool e alle conseguenze della movida. Problemi che costituiscono una diseconomia sul piano collettivo.
Sono già 30 gli esercenti pavesi che hanno aderito alla “Carta etica” con le regole da rispettare per potersi fregiare del marchio. Le attività commerciali verranno inserite in un apposito elenco pubblicato sul sito web del Comune di Pavia e diffuso presso le sedi di altri luoghi di interesse turistico.

Nove i punti da osservare per ottenere la denominazione di “esercizio etico” e il relativo marchio da esporre:
1) Non possedere slot machine o altre apparecchiature legate al gioco d’azzardo. 2) Mantenere un corretto rapporto “guadagno-prezzo”. 3) Impegnarsi per la costruzione di un tavolo di confronto permanente tra associazioni famigliari, dei consumatori, degli esercenti, realtà di cura del territorio ed enti pubblici, che permetta di riattivare il legame fiduciario tra cittadini-esercenti-territorio. 4) Impegnarsi attivamente nella diffusione e promozione nei propri locali di brochure e materiale di sensibilizzazione verso tematiche come il gioco d’azzardo, droghe, alcool, dispersione scolastica. 5) Non somministrare alcolici e superalcolici ai minorenni e impegnarsi attivamente nel prevenire ogni forma di abuso all’interno del locale, esponendo in modo visibile il cartello di divieto di somministrazione di bevande alcoliche ai minori di anni 18 e di divieto di fumo, come stabilito dalla legge. 6) Rifiutare di servire e/o di far entrare le persone in stato d’ebbrezza o in condizioni manifeste di alterazione psicofisica, impegnandosi per quanto possibile a mantenere nel locale comportamenti educati e rispettosi. 7) Offrire spazi rivolti all’incontro tra generazioni, all’associazionismo giovanile, ad iniziative di ‘tempo libero impegnato’, al ritrovo tra famiglie. 8) Favorire l’utilizzo e la circolazione di prodotti a km zero, scegliendo produttori che a loro volta siano impegnati in scelte etiche forti (cooperative sociali locali, prodotti no pizzo, aziende che non operano sfruttamenti). 9) Garantire forme di trattamento contrattuale adeguato per i dipendenti.

Gianfranco Bonanno

L’ombra di Grillo sui concessionari slot

Lo ha annunciato durante la campagna elettorale e l’ha ripetuto in queste ore di tripudio per la storica vittoria del “suo” movimento. Quei 98 miliardi di euro “evasi” dai dieci concessionari del gioco pubblico Beppe Grillo li vuole ad ogni costo, e pure in tempi rapidi. Anche perchè quel tesoretto serve, eccome, per finanziare il reddito di cittadinanza, primo concreto rimedio indicato dal guru pentastellato per aiutare chi ha perso il lavoro e lotta per la sopravvivenza.

Gli altri partiti hanno preferito glissare sull’argomento, prima durante e dopo la sfida elettorale. Anzi il tema “gioco” non l’hanno neppure sfiorato, tranne l’istrionico Brunetta che per un attimo ha accennato a generici aumenti delle aliquote fiscali su slot e “nuovi giochi” per la restituzione dell’Imu, salvo poi dimenticarsene quando Berlusconi ha addirittura proposto di rimborsare di tasca sua i 4 miliardi più tormentati della storia repubblicana. Chissà se il Cavaliere avrà giudicato meno impegnativo un salasso personale piuttosto che imbarcarsi in una lotta all’ultimo sangue contro le lobby del gioco.

Ma se la politica tace, c’è chi, con straordinaria coincidenza, rispolvera il caso penali-slot. E’ di qualche giorno fa la sortita del procuratore della Corte dei Conti del Lazio, Angelo Raffaele De Dominicis, il quale, intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario, si chiede «se sia stato giusto che per molto tempo i dieci concessionari del gioco d’azzardo lecito non abbiano collegato le proprie slot machine al circuito telematico di controllo, evadendo il fisco e addossando all’erario il costo degli apparati di controllo che non hanno funzionato». De Dominicis, oltre a sottolineare la gravità della situazione che si è venuta a creare nel mercato del gioco legale «vera e propria malattia sociale e brodo di coltura delle organizzazioni malavitose», ha ricordato come la sanzione di 2,5 miliardi di euro comminata dalla Corte, ben lontana dai 98 miliardi richiesti dalla Procura, sia solo il primo grado di giudizio. E che quindi la battaglia giudiziaria andrà avanti.

Alla determinazione della Procura contabile, si aggiunge quindi quella della “nuova politica” impersonata dal M5s. E per i signori delle slot, abituati a trovare in Parlamento sponde trasversali, si annunciano giorni duri.

Gianfranco Bonanno

Clamorosa protesta dei dipendenti Bplus. A rischio centinaia di posti di lavoro

Un sit in di protesta è stato inscenato stamane davanti alla Prefettura di Roma dal personale dipendente della concessionaria del gioco pubblico BPlus, per manifestare contro la revoca della concessione per newslot e Vlt da parte dei Monopoli di Stato. Un provvedimento adottato a seguito dell’informativa interdittiva emanata dal Prefetto di Milano nei confronti di Francesco Corallo, proprietario dell’azienda di gioco attualmente leader nel mercato degli apparecchi elettronici, di cui detiene, con 90 mila slot installate, una quota del 25%.

Circa 300 posti di lavoro diretti sono a rischio, un migliaio nell’indotto. I dipendenti di Bplus hanno anche pubblicato sul quotidiano La Repubblica una lettera aperta al Presidente della Repubblica, ai ministri del Lavoro e dell’Interno ed alla Prefettura di Roma per denunciare ciò che definiscono una misura «incomprensibile, che colpisce in primo luogo gli interessi dei lavoratori, ma anche un’azienda che ha versato dal 2004 ad oggi circa sei miliardi di euro all’erario e di cui noi dipendenti, in tanti anni di attività, possiamo testimoniare, direttamente e personalmente, l’assoluta correttezza nel rispetto delle regole concessorie, dei contratti di lavoro e della trasparenza nei rapporti con i terzi gestori ed esercenti».

La revoca della concessione (e la conseguente esclusione dalla procedura di rinnovo in atto in queste settimane) per l’esercizio di slot e Vlt alla Bplus è stata decisa dai Monopoli di Stato a seguito dell’informativa del Prefetto di Milano sulle pendenze giudiziarie di Francesco Corallo, implicato nell’inchiesta sulla Banca popolare di Milano e del suo ex presidente Massimo Ponzellini, per pratiche illecite nell’ambito dei finanziamenti, tra cui quello di 148 milioni di euro concesso all’azienda di via della Maglianella. Corallo ha sempre sostenuto di aver rimborsato il prestito. E in realtà la Corte di Cassazione, con sentenza dello scorso novembre, ha riconosciuto che «nessun nocumento è stato arrecato all’istituto».

Peraltro, Bplus non è stata la sola concessionaria di gioco finanziata da Bpm. L’attuale presidente, Andrea Bonomi, partecipa, tramite il fondo Investindustrial, al capitale di Snai e Cogetech. Secondo Corallo, quindi, sullo sfondo di questa vicenda vi sarebbe l’interesse a falsare la concorrenza nel (ricco) mercato del gioco. Per questo ha anche presentato una richiesta di risarcimento danni da 750 milioni alla Corte di Londra (dove ha sede Investindustrial) contro Bonomi.

Riguardo al provvedimento di revoca della concessione, i legali di Bplus, forti della pronuncia della Cassazione, hanno presentato ricorso al Tar del Lazio chiedendone la sospensiva. Ma i giudici amministrativi lo hanno rigettato. La controffensiva è ora annunciata davanti al Consiglio di Stato e, nel caso, presso la Corte di giustizia europea. Nel frattempo, la gara di selezione per la riassegnazione delle concessioni fa il suo corso e Bplus annuncia che le sue attività proseguiranno regolarmente «a tutela dei lavoratori impiegati, degli interessi erariali e dei propri clienti».

Gianfranco Bonanno

Privatizzazione del casinò di Venezia, bando di gara per fine marzo

Il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, si è dato una scadenza per la privatizzazione del casinò: fine marzo. Entro quella data dovrà essere infatti pronto il bando di gara, primo step verso il sospirato (per il Comune) ingresso dei privati nella gestione della più turbolenta casa da gioco del mondo. L’ultima ondata di scioperi, quella delle scorse settimane ad opera degli addetti alle slot, ha ormai sfiancato gli amministratori pubblici, tanto che l’ad Vittorio Ravà si è rivolto direttamente ai segretari nazionali delle tre maggiori sigle sindacali attraverso una “lettera aperta” sul Corriere della Sera ricordando che «compito primario del sindacato è quello di difendere i posti di lavoro e non i privilegi delle corporazioni».

Alla categoria degli “slottisti” appartengono 52 impiegati, quasi tutti assunti con il concorso del 1999, che per 35 ore settimanali guadagnano una media di 70mila euro l’anno (oltre 80 mila è invece lo stipendio dei più anziani), mance incluse. Un salario al quale si aggiunge – secondo l’accordo azienda-sindacato siglato nel 2008 – un ulteriore premio di produzione del 15% nel caso di incassi di almeno 85 milioni. L’anno scorso, però, nelle macchinette sono entrati non più di 67 milioni (a fronte dei 117 milioni totali realizzati dai due casinò lagunari), per cui il premio non è stato riconosciuto. Da qui le proteste dei lavoratori, che hanno dato luogo a una serie di scioperi, con danni all’azienda stimati in circa mezzo milione di euro negli ultimi due mesi.

La mossa di Ravà ha in qualche modo indotto i rappresentanti sindacali locali a cercare spiragli di dialogo con l’azienda. Ma le maggiori preoccupazioni di tutti i 650 dipendenti del casinò sono rivolte agli scenari futuri, ovvero a quella privatizzazione che in laguna vedono come fumo negli occhi.  Il sindaco Orsoni, pur rassicurando circa il mantenimento degli attuali livelli occupazionali, ha ribadito la scelta già individuata dal suo predecessore, Massimo Cacciari, di cedere le quote del Comune a un operatore privato e sta stringendo i tempi sulla gara d’appalto, annunciata per fine marzo. Le condizioni individuate dall’advisor Kpmg prevedono un prezzo di vendita di 300 milioni e una royalty del dieci per cento sugli incassi per i prossimi vent’anni.

Gianfranco Bonanno

Apre la Bit e spunta il tema casinò. Tra le solite capriole

«Dobbiamo tornare ad essere leader del turismo in Europa perché questa è una delle poche strade per migliorare la situazione economica del Paese». Il ministro per gli Affari regionali, turismo e sport, Piero Gnudi (nella foto), riassume così il suo “piano strategico” per il rilancio del turismo in Italia, presentato oggi alla fiera di Rho-Milano durante la 33esima edizione della Bit, la Borsa internazionale del turismo. Un piano che, secondo Gnudi, ci vorranno due legislature per essere implementato. Nella vision dell’ex presidente di Enel non trovano posto i casinò, giudicati «strumenti da maneggiare con estrema cura, anzi da escludere a priori», come dichiara ai taccuini di GiocoNews.

Di parere opposto, il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, il quale ritiene che «il settore del gioco, se inserito in un contesto ben regolamentato, possa rappresentare un elemento strategico anche in chiave di offerta turistica». «Sicuramente – chiarisce – questo non significa che dobbiamo riempire il paese di casinò, ma un paese come il nostro deve guardare con attenzione a tutte le opportunità che potrebbero permettere un rilancio del turismo, un po’ come sta facendo la Spagna [dove sta per essere realizzato il colossale progetto Eurovegas, n.d.r.] che sta attuando una serie di politiche e di investimenti mirati».

Le parole di Tajani – pur autorevoli e “aperturiste” – non dissolvono tuttavia le ombre che circondano l’argomento in Italia. Purtroppo si deve ancora constatare come da parte dei vertici governativi vi sia un’obiettiva difficoltà a comprendere le dinamiche e la portata del tema. Nel caso di specie, sorprende che il massimo riferimento politico in materia di turismo veda il dito e non la luna. In un paese come il nostro, ricco di attrattive artistiche e paesaggistiche, i casinò, intesi come strutture a sé stanti, certo non possono costituire un elemento d’appeal. Ma se il ministro fosse coerente con il  “piano strategico” (ovvero quello che hanno preparato i suoi tecnici), si accorgerebbe che il gap che l’Italia ha rispetto ai suoi più diretti competitor (Francia e Spagna) nelle politiche turistiche e nelle infrastrutture ricettive è dovuto non solo all’assenza di una governance e all’incapacità di fare sistema, ma anche alla schizofrenia con cui si guarda all’offerta di intrattenimento.

Intrattenimento oggi significa offerta integrata di prodotti e servizi, e il casinò ben rappresenta uno di questi “asset”. Non a caso, in quasi tutto il mondo il prodotto/servizio casinò è fruibile in strutture – i resort – che altro non sono che luoghi dove il wellness – in tutte le sue declinazioni, che vanno dalle cure estetiche al termalismo – può perfettamente coniugarsi con una serata ai tavoli verdi. Il tutto si chiama leisure. E là dove questa strategia è stata utilizzata, ne hanno risentito (in bene) anche le infrastrutture e l’economia indotta. Anche in Italia qualcuno ha incominciato a muoversi in questa direzione: vedasi l’esempio di St. Vincent. Purtroppo l’immagine di “luogo di perdizione” ancora resiste, specie fra le generazioni più mature. Ci auguriamo che il successore dell’attuale ministro del turismo non abbia bisogno di queste note esplicative.

Gianfranco Bonanno