Casinò e riciclaggio: viaggio italiano tra bufale e bur(r)ini della comunicazione

Riciclaggio uguale casinò. L’equazione, cromosoma nazional-popolare della cultura italiana, è dura da smontare. Anche perché i diretti interessati – i casinò appunto – non fanno proprio nulla per evitare l’assioma apodittico. Anzi, al minimo attacco giornalistico – come appunto è capitato in questi giorni in cui si fa un gran (s)parlare dei controlli della Dia nelle quattro case da gioco – si acquattano mogi mogi in un cantuccio come bambini pescati a rubare la marmellata. Senza minimamente argomentare a difesa della loro attività, peraltro in crisi profonda, limitandosi a generici proclami di “collaborazione con le forze dell’ordine”.

Un atteggiamento patetico, soprattutto se si considera il quadro generale nel quale si muove l’attività del gioco d’azzardo nel nostro Paese. Non si tratta solo di cialtronesca passività, ma anche di assenza totale di sensibilità sul piano della comunicazione. Del resto, se il circo mediatico nazionale, sull’argomento, riesce a far rimpiangere perfino i giornalini parrocchiali, qualche motivo ci sarà. I santuari dell’informazione generalista titolavano nei giorni scorsi: «Riciclaggio, operazione della Dia nei casinò di Venezia, Sanremo, Campione e S.Vincent»; «Casinò: controlli della Dia nelle quattro case da gioco per verifica infiltrazioni mafiose» e via di questo passo.

Il tutto nel silenzio timoroso dei supermanager casinisti – simulacri di apparati politici e burocratici ormai in via di estinzione  – a nessuno dei quali è venuto in mente di rivoltare la frittata e di sfruttare a loro vantaggio un’occasione servita su un piatto d’argento. E cioè – nel caso specifico – di dire per esempio che solo nei casinò il controllo degli organi di polizia è possibile, contrariamente a quanto (non) avviene nelle 5mila “sale dedicate” o nei 10o mila esercizi pubblici dove sono disseminate le infernali macchinette. Come anche la Dia può confermare, solo nei casinò è possibile effettuare un completo monitoraggio dei flussi, di persone e di denaro. E ricostruire puntualmente i comportamenti dei singoli clienti, siano essi indagati o in odore di mafia. Esattamente ciò che i solerti investigatori stanno facendo, magari scoprendo che qualche ‘ndranghetista ha puntato un po’ di fiches sui tavoli verdi. La qual cosa sta al riciclaggio come il mare a un torrente. Ma per l’informazione nazional-popolare non fa differenza. Se poi neppure l’accusato accenna a un chiarimento, lo scoop è assicurato.

Per lavare denaro nessun picciotto, neppure un “combinato” dell’ultima ora, si sognerebbe di andare a giocare in un casinò, italiano in particolare, dove i cambi superiori ai 2500 euro sono oggetto di segnalazione proprio in applicazione della direttiva sull’antiriciclaggio. Pulire denaro di provenienza illecita sarebbe possibile solo con la connivenza delle società di gestione, che sono espressione di enti pubblici. E dunque la pratica – sia pure non impossibile – appare tuttavia piuttosto complicata, soprattutto se a portata di mano  vi sono altri e ben più remunerativi mezzi. Nel nostro dossier “Il gioco pubblico in Italia“, pubblicato cinque anni fa, riportavamo alcune osservazioni di Donato Masciandaro, ordinario di Economia della regolamentazione finanziaria alla Bocconi, che spiegava come riciclare denaro attraverso le scommesse (per dirne una) possa costare meno della metà della media, calcolata convenzionalmente nel 30% circa. Il prof aggiungeva che nessuna attività finanziaria ha un giro d’affari cash di oltre 5 miliardi di euro l’anno (dato 2007 relativo al comparto del betting) senza obbligo di tracciabilità (introdotta solo in un secondo momento).

Si potrebbe ancora dire che, nonostante la crisi e il vorticoso calo degli incassi degli ultimi cinque anni, le quattro case da gioco rappresentano tuttora, nei rispettivi territori, le prime risorse economiche e occupazionali. E che rimangono, a dispetto di ogni analisi, le uniche strutture in grado di assicurare un’offerta compatibile del gioco d’azzardo. Insomma, di argomenti ce ne sarebbero per difendere un settore che fattura sì e no 350 milioni di euro, mentre la concorrenza di stato ne produce 250 volte di più, peraltro con un sistema societario in mano a gruppi finanziari internazionali non sempre limpidi.

Naturalmente ci sarebbe da commentare anche la natura di certe operazioni di polizia, che sembrano più segnali di presidio che non interventi realmente motivati. Ma queste sono solo impressioni. Ci limitiamo tuttavia ad osservare che appena monta l’onda emotiva contro il gioco d’azzardo, partono i controlli nei casinò. Che nel mercato attuale sono l’ultimo anello della catena. E dunque il sospetto di un pregiudizio culturale e mentale (per pensar bene) ci sta tutto.

Sospetto che però gli osservati speciali alimentano con un masochismo disarmante. L’associazione dei quattro casinò, Federgioco, che tra i suoi compiti dovrebbe avere appunto quello di fornire una puntuale e corretta informazione su come funziona questo “strano” mondo, non ha mai ritenuto di doversi aprire a una comunicazione istituzionale degna di questo nome: non un convegno “alto”, non uno studio di settore, non un confronto pubblico con i media e le istituzioni, non una competenza specifica riconosciuta. Solo autoreferenzialità, protagonismi e vecchie e inefficaci politiche di corridoio, come se il monopolio di cui hanno goduto per settant’anni non fosse mai finito e qualche “restauratore” potesse di colpo restituir loro gli antichi privilegi. E il fatto grave è che anche i giovani manager non osano toccare questi presunti equilibri.

Paradossalmente è sempre toccato ai casinò in pectore (per quanto tempo ancora?) difendere la trincea di quelli attivi. Non per vocazione umanitaria, ma per il semplice motivo che un’informazione non corretta su questa industria si ripercuote anche sulla pelle di chi si ostina a voler dimostrare – con vigorosa onestà intellettuale – l’efficacia di un modello industriale del leisure capace di coniugare sicurezza e dimensione “sociale” dell’intrattenimento. La sciatteria del management dei quattro casinò rischia di pregiudicare anche questo risultato. A questo punto non resta che auspicare la morte di Sansone. Senza i filistei, però.

Gianfranco Bonanno

Gioco e ludopatie: seminario Anci Lombardia. Anit ribadisce localizzazione sale e norma quadro

Oltre 100 amministratori locali e funzionari comunali hanno partecipato ieri al seminario sulle ludopatie promosso da Anci Lombardia con ReteComuni e Avviso Pubblico, che si è tenuto all’Acquario civico di Milano. I lavori sono stati aperti da Giulio Gallera, vicepresidente di Anci Lombardia, che ha ricordato come l’impegno delle amministrazioni locali nel contrasto al dilagare delle sindromi da gioco d’azzardo sia diretto ad evitare che «molte persone, a prescindere dalla loro condizione sociale e culturale, siano vittime di una patologia preoccupante».

Pier Attilio Superti, segretario generale di Anci Lombardia, ha avviato il confronto tra i relatori ricordando il «contesto complesso con cui oggi dobbiamo interloquire in una situazione complicata per il Paese, dove non dobbiamo perdere la possibilità che le istituzioni possano parlare con i cittadini e le altre istituzioni. In questo contesto rientra anche il fenomeno del dilagare delle sindromi da gioco d’azzardo, che deve essere affrontato in modo nuovo, dove, accanto alla semplificazione, non vi sia solo deregolamentazione ma anche rispetto delle leggi».

Angela Fioroni, segretario di Legautonomie Lombardia, richiamando il “Manifesto dei sindaci per la legalità” e chiarendo che« non spetta agli amministratori locali avviare una crociata moralistica contro il gioco d’azzardo», ha evidenziato come «i Comuni hanno poca possibilità di intervenire per disciplinare la materia, peraltro in assenza di una legge quadro che chiarisca i molteplici aspetti giuridici e regolamenti in modo serio l’offerta di gioco».

Sara Fattorini, della rivista Lex Giochi, ha presentato il lavoro svolto con il Comune di Prato in merito a una «esperienza innovativa di regolamentazione che può fungere da riferimento per altre realtà italiane». Nel luglio 2012 il consiglio comunale di Prato ha approvato all’unanimità il nuovo regolamento per le sale gioco, «frutto di un percorso ragionato, condiviso e partecipato e non dettato da spinte emergenziali». Un processo che ha portato l’amministrazione toscana a disporre di «una disciplina in linea con le novità introdotte dal decreto Balduzzi e un regolamento che non è incappato nel contenzioso, perché non è stato impugnato».
Il regolamento individua alcuni principi fondamentali come la tutela giocatori delle categorie deboli, il contenimento del gioco compulsivo, la salvaguardia del centro storico, il contrasto dell’inquinamento acustico e la tutela dell’ordine, oltre all’introduzione dei vincoli per la destinazione uso dei locali. Con il Suap si è poi lavorato per regolamentare l’eventuale attività di somministrazione di bevande e di cibo nelle sale, prevedendo sanzioni per la violazione delle norme.

Il vicepresidente di Confindustria Sistema Gioco, Italo Marcotti, ha sottolineato l’importanza della regolamentazione del 2005 con cui «si è legalizzato un settore che oggi vede in funzione circa 250 mila macchine effettive, che offre circa 12mila posti di lavoro e assicura alle casse dell’erario 8,5 miliardi di euro. A latere di questa offerta «c’è poi quella illegale della quale mai si sente parlare». Per Marcotti «aprire sale gioco senza regolamentazione è stata una violenza per i territori ma le norme sono state introdotte dal Parlamento e dai soldi incassati dallo Stato sono arrivati anche risorse per, ad esempio, affrontare emergenze come il territorio dell’Aquila».

All’evento era presente anche l’Anit, con il suo portavoce, che ha ribadito l’esigenza di una previsione normativa organica in una materia da sempre ostica per il legislatore italiano. La deregolamentazione avviata dal 2002 ha provocato non solo gli effetti negativi, in particolare sul piano sociale e socio-sanitario, oggi sotto gli occhi di tutti, ma ha anche mancato di valorizzare un’attività che pure potrebbe costituire una risorsa per i territori, sotto il profilo occupazionale e dell’indotto turistico. Un’offerta di gioco compatibile – questa la tesi sostenuta dall’associazione –  è possibile a patto che essa sia incanalata in strutture adeguate, che ne consentano la localizzazione e dunque un maggior e miglior controllo, sia dell’utenza e sia, soprattutto, delle dinamiche finanziarie e imprenditoriali che stanno alla base di questa delicata attività. Esattamente il contrario di quanto avviene oggi, con un’incoerente e frantumata produzione normativa, quasi sempre secondaria, che ha provocato una sciagurata polverizzazione del gioco d’azzardo, andando a toccare in particolare le fasce deboli della popolazione e mettendo in discussione gli stessi principi generali che sono alla base di tale normativa.

Gli interventi si sono conclusi con la relazione di Piera Gismondi, comandante della Polizia municipale di Corsico. Dopo aver inquadrato la realtà comunale, sulla quale sono presenti molte strutture per il gioco, Gismondi ha illustrato le azioni di controllo «non repressive» effettuate sul territorio «in collaborazione con le altre forze dell’ordine e con l’aiuto degli stessi cittadini che ci segnalano eventuali irregolarità». «Inoltre – ha aggiunto la Comandante – abbiamo creato delle Ztl attorno alle sale in centro, realizzato dei parcheggi per i residenti, al fine di evitare problemi di ordine pubblico. Controlliamo anche tutti gli avventori con gli accertamenti del caso, registrandoli di modo da vedere se sono frequentatori abitudinari oppure occasionali».

Gianfranco Bonanno

Don Gallo twitta contro la sala giochi a Pegli. E la Minetti sproloquia

Il sigaro di Don Gallo sprigiona nuvole minacciose sul collo sempre più scollato di un’impenitente Nicole Minetti. Lui, crociato che si batte contro l’apertura dell’ennesima gaming hall a Pegli, nella riviera liugure di ponente. Lei, madrina prezzolata della cerimonia di inaugurazione (prevista per oggi) di quella sala. In mezzo, il popolo che non ne può più di slot e apparecchi della fortuna e si mobilita dietro i tweet lanciati dall’84enne “prete di strada”.

Fatto sta che il Comune, districandosi tra i mille rivoli di una normativa “all’italiana”, ha trovato le motivazioni giuste per vietarne l’apertura: mancano i parcheggi e alcuni adempimenti burocratici non sono stati completati. Nel Belpaese, quando a qualcuno non pippa c’è sempre qualcosa che va ancora verificato.

Insomma, è bastato qualche “cinguettio” perchè montasse la protesta. Alla quale si sono prontamente uniti associazioni (Libera e Arci), il consiglio comunale genovese e i partiti, Movimento 5 Stelle in testa. «Sono arrivate già 800 adesioni su Facebook», fanno sapere dalla comunità di San Benedetto di don Gallo.

Ma lo stop potrebbe rivelarsi solo temporaneo – spiega al Corriere della Sera l’assessore all’edilizia privata Francesco Oddone. E aggiunge: «Dobbiamo trovare il modo di esercitare un controllo su queste sale giochi che la normativa nazionale facilita, per non dire incoraggia». Più incisivo il presidente del municipio di Pegli, Mauro Avvenente: «Non ci stiamo più a guardare passivamente lo Stato che si fa biscazziere, questa è la quarta sala di slot a Pegli in quattro mesi: chiudono i mobilifici, le pescherie, i negozi di prossimità e aprono queste fabbriche di illusioni».

Mentre la situazione si fa incandescente, l’ex igienista dentale, imbalsamata nel suo look “anima e core”, rilascia l’illuminante dichiarazione: «Che confusione, mica stiamo parlando di gioco d’azzardo: quella è una sala regolarmente autorizzata. Bisognerebbe stare attenti all’uso delle parole». Appunto.

Gianfranco Bonanno

Il Comune di Pavia lancia la “Carta etica” per i locali senza slot

Iniziativa del Comune di Pavia per scoraggiare la pratica del gioco d’azzardo pubblico, da queste parti assai diffusa considerato che la provincia pavese detiene da anni il non invidiabile primato per la spesa pro-capite in slot e tagliandi della fortuna. Il Comune ha lanciato il brand “Esercizio etico”, un “marchio di valorizzazione e qualità” al fine di rafforzare una presa di coscienza etica ed economica per tutti quegli esercizi “amici” delle famiglie con particolare attenzione all’educazione.

Un progetto, il primo sorto in Italia, voluto dall’Amministrazione locale, in collaborazione con la Comunità Casa del Giovane ed il Tavolo Permanente Prevenzione Dipendenze, sulla sensibilizzazione e consapevolezza delle problematiche sociali legate al gioco d’azzardo, all’alcool e alle conseguenze della movida. Problemi che costituiscono una diseconomia sul piano collettivo.
Sono già 30 gli esercenti pavesi che hanno aderito alla “Carta etica” con le regole da rispettare per potersi fregiare del marchio. Le attività commerciali verranno inserite in un apposito elenco pubblicato sul sito web del Comune di Pavia e diffuso presso le sedi di altri luoghi di interesse turistico.

Nove i punti da osservare per ottenere la denominazione di “esercizio etico” e il relativo marchio da esporre:
1) Non possedere slot machine o altre apparecchiature legate al gioco d’azzardo. 2) Mantenere un corretto rapporto “guadagno-prezzo”. 3) Impegnarsi per la costruzione di un tavolo di confronto permanente tra associazioni famigliari, dei consumatori, degli esercenti, realtà di cura del territorio ed enti pubblici, che permetta di riattivare il legame fiduciario tra cittadini-esercenti-territorio. 4) Impegnarsi attivamente nella diffusione e promozione nei propri locali di brochure e materiale di sensibilizzazione verso tematiche come il gioco d’azzardo, droghe, alcool, dispersione scolastica. 5) Non somministrare alcolici e superalcolici ai minorenni e impegnarsi attivamente nel prevenire ogni forma di abuso all’interno del locale, esponendo in modo visibile il cartello di divieto di somministrazione di bevande alcoliche ai minori di anni 18 e di divieto di fumo, come stabilito dalla legge. 6) Rifiutare di servire e/o di far entrare le persone in stato d’ebbrezza o in condizioni manifeste di alterazione psicofisica, impegnandosi per quanto possibile a mantenere nel locale comportamenti educati e rispettosi. 7) Offrire spazi rivolti all’incontro tra generazioni, all’associazionismo giovanile, ad iniziative di ‘tempo libero impegnato’, al ritrovo tra famiglie. 8) Favorire l’utilizzo e la circolazione di prodotti a km zero, scegliendo produttori che a loro volta siano impegnati in scelte etiche forti (cooperative sociali locali, prodotti no pizzo, aziende che non operano sfruttamenti). 9) Garantire forme di trattamento contrattuale adeguato per i dipendenti.

Gianfranco Bonanno

L’ombra di Grillo sui concessionari slot

Lo ha annunciato durante la campagna elettorale e l’ha ripetuto in queste ore di tripudio per la storica vittoria del “suo” movimento. Quei 98 miliardi di euro “evasi” dai dieci concessionari del gioco pubblico Beppe Grillo li vuole ad ogni costo, e pure in tempi rapidi. Anche perchè quel tesoretto serve, eccome, per finanziare il reddito di cittadinanza, primo concreto rimedio indicato dal guru pentastellato per aiutare chi ha perso il lavoro e lotta per la sopravvivenza.

Gli altri partiti hanno preferito glissare sull’argomento, prima durante e dopo la sfida elettorale. Anzi il tema “gioco” non l’hanno neppure sfiorato, tranne l’istrionico Brunetta che per un attimo ha accennato a generici aumenti delle aliquote fiscali su slot e “nuovi giochi” per la restituzione dell’Imu, salvo poi dimenticarsene quando Berlusconi ha addirittura proposto di rimborsare di tasca sua i 4 miliardi più tormentati della storia repubblicana. Chissà se il Cavaliere avrà giudicato meno impegnativo un salasso personale piuttosto che imbarcarsi in una lotta all’ultimo sangue contro le lobby del gioco.

Ma se la politica tace, c’è chi, con straordinaria coincidenza, rispolvera il caso penali-slot. E’ di qualche giorno fa la sortita del procuratore della Corte dei Conti del Lazio, Angelo Raffaele De Dominicis, il quale, intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario, si chiede «se sia stato giusto che per molto tempo i dieci concessionari del gioco d’azzardo lecito non abbiano collegato le proprie slot machine al circuito telematico di controllo, evadendo il fisco e addossando all’erario il costo degli apparati di controllo che non hanno funzionato». De Dominicis, oltre a sottolineare la gravità della situazione che si è venuta a creare nel mercato del gioco legale «vera e propria malattia sociale e brodo di coltura delle organizzazioni malavitose», ha ricordato come la sanzione di 2,5 miliardi di euro comminata dalla Corte, ben lontana dai 98 miliardi richiesti dalla Procura, sia solo il primo grado di giudizio. E che quindi la battaglia giudiziaria andrà avanti.

Alla determinazione della Procura contabile, si aggiunge quindi quella della “nuova politica” impersonata dal M5s. E per i signori delle slot, abituati a trovare in Parlamento sponde trasversali, si annunciano giorni duri.

Gianfranco Bonanno