Sale giochi, il Tar Toscana accoglie le motivazioni del Comune

Continua il balletto delle sentenze pro e contro le amministrazioni locali in materia di sale giochi. Ieri, il Tar Toscana ha respinto il ricorso presentato da un operatore contro il Comune di Lucca che ha negato l’apertura di una sala giochi in centro storico poiché ritenuta incompatibile con la qualificazione di quell’area in base al proprio Regolamento urbanistico.

Il ricorrente aveva contestato il fatto che l’attività in questione «regolata dal TULPS, non rientra né tra le attività commerciali né tra i pubblici esercizi e perciò non sono applicabili le disposizioni che il Comune di Lucca ha emanato per queste categorie di attività economiche poiché si tratta di un’attività di produzione di servizi». Ciò, secondo i legali del gestore della sala, impedisce che attraverso gli strumenti urbanistici e i regolamenti di polizia si incida su attività diverse da quelle che prevedono una vendita al dettaglio.

«Sarebbe piuttosto singolare – hanno spiegato i giudici toscani – che, solo perché l’attività di sala giochi è riconducibile astrattamente all’attività di prestazioni di servizi, essa non potesse essere regolata sul piano urbanistico da un ente locale». Inoltre, «l’infondatezza delle prospettazioni di parte ricorrente discende dalla circostanza che anche se fosse condivisibile questa sorta di actio de finis regundorum, ciò non sottrarrebbe la sala giochi dalle regole programmatorie che il Comune di Lucca ha inteso adottare, tenuto conto oltretutto che le sale giochi per loro natura richiamano molte persone e generano un assembramento nei dintorni del locale non certo minore di attività commerciali o di pubblici esercizi; è evidente che si tratta di attività con impatto sul territorio il cui uso è una delle finalità della regolamentazione urbanistica».

«Pertanto – si legge ancora nel dispositivo – la scelta di incompatibilità di un’attività come quella che avrebbe voluto promuovere parte ricorrente rispetto ad una parte del territorio comunale, non costituisce una violazione del principio di libertà di iniziativa economica poiché non esiste un divieto indiscriminato, ma una valutazione di incompatibilità con una parte significativa della città, cioè quella più pregevole sul piano storico-artistico e rispetto alla quale le scelte pianificatorie fatte dal Comune non sembrano irrazionali».

Gianfranco Bonanno

Decreto Sanita’, alla Camera si parla di gioco d’azzardo. E di poker

L'”ambasciatore” del poker Mario Adinolfi, neodeputato nelle file del Partito Democratico e noto appassaionato del gioco di carte, non perde l’occasione per perorare la causa a lui cara: la regolamentazione del texas hold’em (il poker americano che spopola su web e nei casinò), al momento legalmente praticabile online ma non ancora disponibile nella versione live. L’occasione è stata la discussione alla Camera del decreto Balduzzi sulla Sanità, che contiene riferimenti al gioco d’azzardo pubblico in materia di ludopatia, pubblicità e dislocazione delle sale.

Con un intervento dai toni aspri nei confronti di macchinette e gratta e vinci, Adinolfi ha cercato di chiarire ai suoi colleghi parlamentari le differenze tra gioco d’azzardo e skill games (giochi di abilità) e i diversi effetti che tali giochi producono sul piano sociale ed economico. Cliccando qui è possibile visionare il video integrale del suo intervento (inizia al minuto e venti).

Nulla da aggiungere al pensiero di Adinolfi, se non ribadire un concetto che in molti fanno fatica a comprendere:  e cioè che alla base del malessere sociale provocato da questa industria del gioco vi è un equivoco – semantico, concettuale, culturale – che riguarda le nozioni di gioco d’azzardo e gioco pubblico. Quest’ultimo, proprio perché autorizzato e gestito dallo Stato, è comunicato e percepito come attività “sicura e controllata”, legittimando pertanto nell’opinione pubblica un sentimento di “lecita trasgressione” ovvero un approccio privo di remore.

Ecco perchè – insistiamo – è inutile vietare gli spot televisivi  o la pubblicità sulla stampa o ancora arrovellarsi sui metri che devono separare una sala giochi dai cosiddetti luoghi sensibili, se poi la pervasività dei prodotti e l’autorevolezza dell’imprimatur “istigano” in qualche modo le fasce più deboli a rifugiarsi, soprattutto in tempi di crisi, nel sogno della soluzione rapida e definitiva. Queste discussioni non solo allontanano dal vero problema, ma rischiano di diventare un velo per coprire la coscienza di chi le leggi le fa e di chi le deve osservare. Scommettiamo che se incominciamo a chiamare il gioco di Stato “gioco d’azzardo pubblico”, quegli ottanta miliardi di giro d’affari si dimezzano in sei mesi?

Gianfranco Bonanno

Cassazione, gioco pubblico e gioco d’azzardo pari sono

Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione ha pronunciato una sentenza (al link è possibile scaricare il testo completo) che apre uno squarcio di luce sui fumosi distinguo – tutti italiani – tra gioco pubblico e gioco d’azzardo, parificandone sul piano giuridico natura ed effetti. Esattamente come Anit sostiene da anni. E come, in anticipo sulla sentenza, è stato efficacemente argomentato in dottrina da Alessandro Domenicali, direttore di Lex Giochi. Ecco come si esprime la prima Sezione civile del Supremo Collegio a proposito di un contenzioso sorto tra un casinò delle Bahamas e un cliente giocatore cittadino italiano.

Il caso – Il casinò caraibico chiede, con ricorso depositato in data 26 gennaio 2004, che la Corte di appello di Napoli dichiari l’efficacia (in termine tecnico exequatur o delibazione) della sentenza emessa dalla Corte Suprema delle Bahamas nei confronti di un cittadino italiano, condannato al pagamento della somma di un milione e duecentomila dollari per aver ottenuto, sottoscrivendo le relative ricognizioni di debito, un fido di pari importo dalla direzione del casinò. Il convenuto eccepisce che gli effetti di tale pronuncia sono contrari all’ordine pubblico italiano. La Corte d’Appello accoglie l’eccezione motivando che nel nostro ordinamento l’esercizio e la partecipazione al gioco d’azzardo sono vietati dal codice penale e che, pertanto, non è ammessa azione per il relativo pagamento. In sostanza, la vecchia formulazione del debito d’onore (un’obbligazione naturale priva di espressa tutela giuridica) versus l’obbligazione intesa in senso proprio civilistico.

La sentenza – «La decisione emessa dalla Corte Suprema della Bahamas – risponde la Cassazione – non riguarda un debito di gioco bensì un mutuo contratto per poter giocare presso il locale casinò, ivi pienamente legale». E quindi la richiesta di delibazione va accolta perché il provvedimento della Corte delle Bahamas non produce effetti contrari all’ordine pubblico in Italia. Ma ecco la chicca che in questa sede più interessa: gli ermellini rilevano che «l’esame delle norme che si sono succedute nel tempo in materia di gioco e scommesse non induce a ritenere che nel nostro ordinamento tali fenomeni siano considerati con disfavore. Avendo probabilmente le esigenze erariali fatto premio su sempre più flebili istanze morali, deve infatti constatarsi come l’area del gioco autorizzata (non dissimile, nella sua essenza ontologica, a quello d’azzardo ‘proibito’) sia venuta man mano a estendersi».

Dunque, non solo la distinzione tra gioco lecito (sale giochi) e gioco d’azzardo (casinò) si rivela capziosa, ma risalta anche il riconoscimento del prevalente interesse erariale rispetto a considerazioni squisitamente etiche, piuttosto che a esigenze di tutela dell’ordine pubblico connesse alla moralizzazione dei costumi sociali che costituivano la ratio della regolamentazione pre-liberalizzazione.

E allora perchè le sale giochi (essenzialmente mini-casinò) sì e i casino tradizionali no? Insomma, perchè da noi non si può prevedere, come nel resto di Europa, una segmentazione dell’offerta di gioco visto che ormai la sua pratica sembra essere stata sdoganata dall’oleografia? Sarebbe ben triste pensare che fa paura la parola “casino” (scritto senza accento come usa in tutto il mondo…)

Gianfranco Bonanno

GIOCO PUBBLICO: CHE CASINO!

Pare che il modello italiano del gioco pubblico sia di esempio in Europa. O almeno così ci hanno fatto credere, a Roma e a Bruxelles. Nonostante la materia per noi sia sempre stata ostica (i motivi sono essenzialmente culturali), con il solito geniaccio siamo riusciti a colmare il gap secolare che ci separava da paesi di cultura e diritto anglosassone. La formula magica è l’istituto della concessione, a sua volta effetto del principio di riserva pubblica stabilito per le attività di gioco d’azzardo. Che di per sè non è una genialata, anzi rivela un dna statalista. Ma a un popolo che da millenni deve evitare di sbattere contro lo scoglio di Oltretevere quando trattasi di liberalizzare qualcosa è sembrata una grande conquista.

Dopo anni di “oscurantismo” e divieti assoluti (sono quarant’anni che alcuni Comuni chiedono invano di poter riavere i loro vecchi casinò…) finalmente si apre un nuovo mercato. E che mercato! Ottanta miliardi di euro in poco più di sei anni, un quarto dei quali latitava nel limbo del circuito illegale (tuttora florido), mentre gli altri tre quarti sono il frutto dello sdoganamento dell’ultimo tabù nostrano. I caronti della traghettata sono politicamente bisartisan (raro esempio di empatia partitica): il duo Bersani-Visco dà il la nel 2006, Tremonti qualche anno dopo allarga l’orchestra, entrambi con la benedizione di chi, avvertendo gli sconvolgimenti di inizio secolo, acconsente per la pax sociale all’applicazione della vecchia e sempre efficace regola del panem et circenses.

Il gioco d’azzardo “nuovo”, a cui sovraintendono i Monopoli di Stato, diventa pubblico, quindi legale e “sicuro”, mentre il gioco d’azzardo “vecchio” resiste solo nei quattro casinò, nell’immaginario collettivo luoghi di élite (quindi non popolari), autorizzati in deroga al codice penale da leggi speciali e controllati dal ministero dell’Interno. Ma ciò che più conta è che, con la partecipazione collettiva, il piatto è ricco e ce n’è per tutti: lauti guadagni, a dispetto di ogni crisi, alle oligarchie concessionarie (nel frattempo conquistate manu economica da potenti e spesso poco trasparenti gruppi finanziari) e manna provvidenziale per le sempre esauste casse erariali. E’ la quadra. Almeno finchè dura.

Ora che l’ubriacatura sembra essere passata, la creatività italica – un mix di estemporaneità e pressapochismo con un robusto innesto di cialtroneria politica – deve fare i conti con gli effetti collaterali di cotante liberalizzazioni. Territori invasi da macchinette; intere comunità di cittadini drogati di “gioco pubblico e sicuro” al punto che si è resa necessaria una legge che riconosca la ludopatia come malattia sociale; contenziosi tra amministrazioni locali e centrali, con notevole dispendio di denaro pubblico, su chi deve intervenire (polizia municipale o questura) per governare il fenomeno sul territorio; istituzioni parlamentari che denunciano infiltrazioni della criminalità organizzata nell’industria del gioco (!)…

E la politica? La politica si interroga: non per resipiscenza (di questi tempi il buon senso non produce consenso), ma per trovare una toppa ai buchi lasciati aperti dal “modello italiano”. In assenza di una previsione normativa organica (che solo in Italia non è possibile concepire), ci si arrangia come si può. Non c’è provvedimento in discussione in Parlamento che non contenga riferimenti al gioco. Decreto sulla Delega fiscale, decreto sulla sanità, decreto sugli esodati. Argomenti che in un Paese normale si esauriscono in una mattinata di discussioni da noi diventano tormentoni: distanza minima delle slot a 500 metri dai luoghi sensibili, anzi no a 200 metri, massì bene i 500 metri (chissà se hanno calcolato che in Italia nel raggio di 500 metri c’è sempre una chiesa!); accorpamento dei Monopoli alle Dogane per esigenze di spending review, salvo fare marcia indietro per proclamare una fantomatica agenzia dei giochi annunciata da tre anni.

Insomma, tutti a caccia di coperture finanziarie attingendo dalla cornucopia del gioco pubblico, mentre questa sta per esaurire il filone. Già da qualche anno, infatti, per fisiologiche e prevedibili dinamiche di mercato, l’erario incassa meno. Senza contare che gli effetti indesiderati e le lacune legislative di cui sopra costano denaro pubblico, e tanto. Ma nessuno, tranne pochi osservatori, sembra accorgersene. Questo è il modello che fa scuola in Europa: ne siamo proprio sicuri?

Gianfranco Bonanno

Campione d’Italia, la crisi del casinò sfocia in tafferugli. Sindaco e Ad sotto scorta

Tensione a Campione d’Italia dove ieri i dipendenti del casinò hanno organizzato una protesta scandendo pesanti slogan contro il sindaco Marita Piccaluga e l’amministratore delegato Carlo Pagan (nella foto). La manifestazione era sul punto di degenerare quando Pagan è stato colpito da un croupier con un pugno alla testa. L’intervento delle forze dell’ordine, che hanno fermato l’autore del gesto, ha scongiurato più gravi conseguenze, mentre  amministratore e sindaco si sono allontanati sotto scorta.

La situazione del casinò campionese è drammatica: il bilancio 2011 si è chiuso con 40 milioni di passivo e si prevede che a fine 2012 sarà di 50 milioni. Da mesi azienda e sindacati tentano di trovare un accordo per evitare il licenziamento di 210 lavoratori. Nei giorni scorsi era stata raggiunta un’intesa che prevedeva il taglio alle spese per una ventina di milioni e la decurtazione della 14esima. Lunedì sera l’assemblea dei lavoratori ha votato contro questa soluzione e ieri è partita la protesta di piazza dove gli animi ad un certo punto si sono surriscaldati.

La scintilla si è accesa quando Pagan ha spiegato la crisi del casinò motivandola con gli effetti sfavorevoli del cambio franco/euro: «Con questo cambio l’azienda si è trovata il primo giorno dell’anno con 30 milioni di euro di debiti. Oggi ci troviamo a dover pagare gli stipendi con 120 milioni di euro, mentre con il precedente cambio a 1,60 pagavamo 87 milioni di euro». Ed è qui che i manifestanti hanno perso la pazienza.

Gianfranco Bonanno