Cassazione, gioco pubblico e gioco d’azzardo pari sono

Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione ha pronunciato una sentenza (al link è possibile scaricare il testo completo) che apre uno squarcio di luce sui fumosi distinguo – tutti italiani – tra gioco pubblico e gioco d’azzardo, parificandone sul piano giuridico natura ed effetti. Esattamente come Anit sostiene da anni. E come, in anticipo sulla sentenza, è stato efficacemente argomentato in dottrina da Alessandro Domenicali, direttore di Lex Giochi. Ecco come si esprime la prima Sezione civile del Supremo Collegio a proposito di un contenzioso sorto tra un casinò delle Bahamas e un cliente giocatore cittadino italiano.

Il caso – Il casinò caraibico chiede, con ricorso depositato in data 26 gennaio 2004, che la Corte di appello di Napoli dichiari l’efficacia (in termine tecnico exequatur o delibazione) della sentenza emessa dalla Corte Suprema delle Bahamas nei confronti di un cittadino italiano, condannato al pagamento della somma di un milione e duecentomila dollari per aver ottenuto, sottoscrivendo le relative ricognizioni di debito, un fido di pari importo dalla direzione del casinò. Il convenuto eccepisce che gli effetti di tale pronuncia sono contrari all’ordine pubblico italiano. La Corte d’Appello accoglie l’eccezione motivando che nel nostro ordinamento l’esercizio e la partecipazione al gioco d’azzardo sono vietati dal codice penale e che, pertanto, non è ammessa azione per il relativo pagamento. In sostanza, la vecchia formulazione del debito d’onore (un’obbligazione naturale priva di espressa tutela giuridica) versus l’obbligazione intesa in senso proprio civilistico.

La sentenza – «La decisione emessa dalla Corte Suprema della Bahamas – risponde la Cassazione – non riguarda un debito di gioco bensì un mutuo contratto per poter giocare presso il locale casinò, ivi pienamente legale». E quindi la richiesta di delibazione va accolta perché il provvedimento della Corte delle Bahamas non produce effetti contrari all’ordine pubblico in Italia. Ma ecco la chicca che in questa sede più interessa: gli ermellini rilevano che «l’esame delle norme che si sono succedute nel tempo in materia di gioco e scommesse non induce a ritenere che nel nostro ordinamento tali fenomeni siano considerati con disfavore. Avendo probabilmente le esigenze erariali fatto premio su sempre più flebili istanze morali, deve infatti constatarsi come l’area del gioco autorizzata (non dissimile, nella sua essenza ontologica, a quello d’azzardo ‘proibito’) sia venuta man mano a estendersi».

Dunque, non solo la distinzione tra gioco lecito (sale giochi) e gioco d’azzardo (casinò) si rivela capziosa, ma risalta anche il riconoscimento del prevalente interesse erariale rispetto a considerazioni squisitamente etiche, piuttosto che a esigenze di tutela dell’ordine pubblico connesse alla moralizzazione dei costumi sociali che costituivano la ratio della regolamentazione pre-liberalizzazione.

E allora perchè le sale giochi (essenzialmente mini-casinò) sì e i casino tradizionali no? Insomma, perchè da noi non si può prevedere, come nel resto di Europa, una segmentazione dell’offerta di gioco visto che ormai la sua pratica sembra essere stata sdoganata dall’oleografia? Sarebbe ben triste pensare che fa paura la parola “casino” (scritto senza accento come usa in tutto il mondo…)

Gianfranco Bonanno

GIOCO PUBBLICO: CHE CASINO!

Pare che il modello italiano del gioco pubblico sia di esempio in Europa. O almeno così ci hanno fatto credere, a Roma e a Bruxelles. Nonostante la materia per noi sia sempre stata ostica (i motivi sono essenzialmente culturali), con il solito geniaccio siamo riusciti a colmare il gap secolare che ci separava da paesi di cultura e diritto anglosassone. La formula magica è l’istituto della concessione, a sua volta effetto del principio di riserva pubblica stabilito per le attività di gioco d’azzardo. Che di per sè non è una genialata, anzi rivela un dna statalista. Ma a un popolo che da millenni deve evitare di sbattere contro lo scoglio di Oltretevere quando trattasi di liberalizzare qualcosa è sembrata una grande conquista.

Dopo anni di “oscurantismo” e divieti assoluti (sono quarant’anni che alcuni Comuni chiedono invano di poter riavere i loro vecchi casinò…) finalmente si apre un nuovo mercato. E che mercato! Ottanta miliardi di euro in poco più di sei anni, un quarto dei quali latitava nel limbo del circuito illegale (tuttora florido), mentre gli altri tre quarti sono il frutto dello sdoganamento dell’ultimo tabù nostrano. I caronti della traghettata sono politicamente bisartisan (raro esempio di empatia partitica): il duo Bersani-Visco dà il la nel 2006, Tremonti qualche anno dopo allarga l’orchestra, entrambi con la benedizione di chi, avvertendo gli sconvolgimenti di inizio secolo, acconsente per la pax sociale all’applicazione della vecchia e sempre efficace regola del panem et circenses.

Il gioco d’azzardo “nuovo”, a cui sovraintendono i Monopoli di Stato, diventa pubblico, quindi legale e “sicuro”, mentre il gioco d’azzardo “vecchio” resiste solo nei quattro casinò, nell’immaginario collettivo luoghi di élite (quindi non popolari), autorizzati in deroga al codice penale da leggi speciali e controllati dal ministero dell’Interno. Ma ciò che più conta è che, con la partecipazione collettiva, il piatto è ricco e ce n’è per tutti: lauti guadagni, a dispetto di ogni crisi, alle oligarchie concessionarie (nel frattempo conquistate manu economica da potenti e spesso poco trasparenti gruppi finanziari) e manna provvidenziale per le sempre esauste casse erariali. E’ la quadra. Almeno finchè dura.

Ora che l’ubriacatura sembra essere passata, la creatività italica – un mix di estemporaneità e pressapochismo con un robusto innesto di cialtroneria politica – deve fare i conti con gli effetti collaterali di cotante liberalizzazioni. Territori invasi da macchinette; intere comunità di cittadini drogati di “gioco pubblico e sicuro” al punto che si è resa necessaria una legge che riconosca la ludopatia come malattia sociale; contenziosi tra amministrazioni locali e centrali, con notevole dispendio di denaro pubblico, su chi deve intervenire (polizia municipale o questura) per governare il fenomeno sul territorio; istituzioni parlamentari che denunciano infiltrazioni della criminalità organizzata nell’industria del gioco (!)…

E la politica? La politica si interroga: non per resipiscenza (di questi tempi il buon senso non produce consenso), ma per trovare una toppa ai buchi lasciati aperti dal “modello italiano”. In assenza di una previsione normativa organica (che solo in Italia non è possibile concepire), ci si arrangia come si può. Non c’è provvedimento in discussione in Parlamento che non contenga riferimenti al gioco. Decreto sulla Delega fiscale, decreto sulla sanità, decreto sugli esodati. Argomenti che in un Paese normale si esauriscono in una mattinata di discussioni da noi diventano tormentoni: distanza minima delle slot a 500 metri dai luoghi sensibili, anzi no a 200 metri, massì bene i 500 metri (chissà se hanno calcolato che in Italia nel raggio di 500 metri c’è sempre una chiesa!); accorpamento dei Monopoli alle Dogane per esigenze di spending review, salvo fare marcia indietro per proclamare una fantomatica agenzia dei giochi annunciata da tre anni.

Insomma, tutti a caccia di coperture finanziarie attingendo dalla cornucopia del gioco pubblico, mentre questa sta per esaurire il filone. Già da qualche anno, infatti, per fisiologiche e prevedibili dinamiche di mercato, l’erario incassa meno. Senza contare che gli effetti indesiderati e le lacune legislative di cui sopra costano denaro pubblico, e tanto. Ma nessuno, tranne pochi osservatori, sembra accorgersene. Questo è il modello che fa scuola in Europa: ne siamo proprio sicuri?

Gianfranco Bonanno

Campione d’Italia, la crisi del casinò sfocia in tafferugli. Sindaco e Ad sotto scorta

Tensione a Campione d’Italia dove ieri i dipendenti del casinò hanno organizzato una protesta scandendo pesanti slogan contro il sindaco Marita Piccaluga e l’amministratore delegato Carlo Pagan (nella foto). La manifestazione era sul punto di degenerare quando Pagan è stato colpito da un croupier con un pugno alla testa. L’intervento delle forze dell’ordine, che hanno fermato l’autore del gesto, ha scongiurato più gravi conseguenze, mentre  amministratore e sindaco si sono allontanati sotto scorta.

La situazione del casinò campionese è drammatica: il bilancio 2011 si è chiuso con 40 milioni di passivo e si prevede che a fine 2012 sarà di 50 milioni. Da mesi azienda e sindacati tentano di trovare un accordo per evitare il licenziamento di 210 lavoratori. Nei giorni scorsi era stata raggiunta un’intesa che prevedeva il taglio alle spese per una ventina di milioni e la decurtazione della 14esima. Lunedì sera l’assemblea dei lavoratori ha votato contro questa soluzione e ieri è partita la protesta di piazza dove gli animi ad un certo punto si sono surriscaldati.

La scintilla si è accesa quando Pagan ha spiegato la crisi del casinò motivandola con gli effetti sfavorevoli del cambio franco/euro: «Con questo cambio l’azienda si è trovata il primo giorno dell’anno con 30 milioni di euro di debiti. Oggi ci troviamo a dover pagare gli stipendi con 120 milioni di euro, mentre con il precedente cambio a 1,60 pagavamo 87 milioni di euro». Ed è qui che i manifestanti hanno perso la pazienza.

Gianfranco Bonanno

CASINO’, INCASSI E PRESENZE IN CADUTA LIBERA

Prosegue inesorabilmente il calo di incassi e presenze nei casinò italiani. Secondo i dati a disposizione, il terzo trimestre del 2012 ha chiuso con una flessione ulteriore del 18% sul periodo corrispondente dello scorso anno. La perdita di mercato è generalizzata: i ricavi sono passati dai 102 milioni dello scorso anno agli 83,5 attuali. Il calo più vistoso si è registrato a Saint Vincent (meno 25% – da 25 milioni a 18,5), dove però è attesa una ripresa appena sarà terminato il grosso lavoro strutturale portato avanti dall’amministrazione Frigerio.

A Venezia la flessione è stata più contenuta (meno 12% – da 32 milioni a 28,6), mentre Campione e Sanremo chiudono il trimestre rispettivamente a meno 13,7% (da 26 a 22,6 milioni) e meno 24,5% (da 18,2 milioni a 13,7).

Anche gli ingressi seguono la parabola discendente, a dimostrazione che la formula del casinò tradizionale (almeno secondo il modello italiano) attira sempre meno clientela. Nel periodo considerato, le presenze sono passate dalle 792 mila dell’anno scorso alle 715 mila di quest’anno, con una riduzione di quasi il 10%. Solo Campione d’Italia inverte il trend negativo, facendo registrare una crescita di oltre il 5% (da 157 mila a 165 mila). Tutti gli altri accusano riduzioni significative: Venezia da 257 mila a 219 mila (meno 15%), Sanremo da 206 mila a 180 mila (meno 12,5%); Saint Vincent da 172 mila a 151 mila (meno 12,5%); .

Gianfranco Bonanno

CRISI CASINO’, FEDERGIOCO SOLLECITA IL GOVERNO

«Dietro il gioco pubblico italiano si nascondono lobby molto forti e questo governo non fa nulla per tutelare i casinò». Non la manda a dire il sindaco di Sanremo, Maurizio Zoccarato, intervenuto insieme con il suo omologo di Campione d’Italia, Maria Paola Piccaluga, al consiglio direttivo di Federgioco, l’associazione dei quattro casinò italiani, svoltosi ieri nella città dei fiori. I primi cittadini hanno partecipato alla riunione di direttivo in quanto espressione delle proprietà delle case da gioco.

All’ordine del giorno, le due spine nel fianco dei casinò italiani: il limite all’uso del contante, che in Italia, a seguito di un’interpretazione molto restrittiva della direttiva europea sull’antiriciclaggio, non può superare la soglia dei mille euro, e la diffusione capillare delle sale slot.

«Al governo – ha affermato Luca Frigerio (nella foto), presidente di Federgioco e amministratore unico del casinò di Saint Vincent – chiediamo una revisione della norma sull’utilizzo del denaro contante sull’esempio degli altri Paesi europei, anche perchè la soglia dei mille euro vale non solo per le puntate ma anche per le vincite, che oltre quella cifra devono essere pagate con assegno».

Un problema che mette i casinò italiani in una condizione di evidente svantaggio rispetto ai concorrenti esteri. A Campione, inoltre, dove nel raggio di dieci chilometri operano altri tre casinò, la forbice tra franco svizzero (valuta utilizzata per i costi di gestione e del personale), e l’euro, che è la valuta che si incassa, si traduce in una perdita del 30%. «E la comunità campionese vive esclusivamente degli incassi della casa da gioco», ha sottolineato il sindaco Maria Paola Piccaluga.

Negli ultimi cinque anni gli incassi dei casinò italiani sono crollati di oltre il 30%; e il 2012 potrebbe chiudersi con un’ulteriore flessione del 20% rispetto all’anno precedente: un’ottantina di milioni in meno sui 430 totalizzati nel 2011. «Un andamento negativo dovuto alla recessione economica e alla sempre più pressante concorrenza del gioco di Stato», ha spiegato Frigerio che comunque ha incassato la solidarietà degli enti azionisti e ha annunciato la costituzione di un tavolo tecnico interministeriale per sensibilizzare il governo sulla drammatica situazione in cui versa il comparto, in particolare sul fronte occupazionale.

Gianfranco Bonanno