In Primo Piano

E’ ora di rottamare anche i nuovi assiomi sul gioco pubblico

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Sul tema del gioco d’azzardo pubblico si è formata una corrente di pensiero che sa di un “nuovo vecchio”. Il presunto pragmatismo che anima la politica della rottamazione, pur rappresentando l’attualità, propone schemi antichi. Con l’aggravante di una più accentuata incoerenza, sia sul piano concettuale sia su quello dell’etica pubblica.

Mentre nella prima e seconda Repubblica il divieto all’apertura di nuovi casinò era dettato da motivi essenzialmente moralistici – nonostante le argomentazioni a sostegno muovessero dalle stesse premesse di opportunità utilizzate per liberalizzare slot e affini: contrasto all’offerta illegale, drenaggio di flussi di capitali indirizzati verso le case da gioco estere, indotto occupazionale e via discorrendo – oggi l’opposizione è legata più prosaicamente a ragioni fiscali. Cosicché la vulgata prevalente è che per i casinò non vi sarebbe spazio economico e normativo. Lo Stato, infatti, individuando nel mercato regolato di giochi elettronici e telematici un esclusivo modello industriale e commerciale, ha innescato un processo tributario ed economico-finanziario pressoché irreversibile che archivierebbe definitivamente il dibattito sul format casinò.

Naturalmente noi siamo di parere opposto, e riteniamo che proprio gli effetti derivanti da siffatta scelta legislativa condurranno a riconsiderare – in una ottica alternativa – l’opzione casinò. Un’opzione non solo plausibile, ma in qualche modo obbligata, vieppiù considerando i rimedi escogitati per contrastare i gravi guasti prodotti sul piano sociale e sanitario. Va da sé che al peggio non c’è mai fine, e dunque è anche possibile che Sansone affondi con tutti i filistei. Ma lo scenario autorizza ancora una speranza, sia pure residuale.

L’inasprimento dell’imposizione fiscale previsto nella Legge di stabilità a carico degli apparecchi di gioco, e la conseguente riduzione del payout, potrebbero mettere in discussione lo stesso senso economico del business (con ricadute sul gettito erariale) e indurre l’industria di settore a cambiamenti di marcia. Non solo, ma la perdita di appeal delle “slot da banco” potrebbe far recuperare al gioco “diversamente pubblico” – i casinò, appunto – quel margine di redditività perduto nella competizione degli ultimi dieci anni.

Tralasciando considerazioni più sistemiche, vi è da osservare che l’idea di casa da gioco sconta, nel nostro Paese, oltre che un pregiudizio etico, anche e soprattutto un limite concettuale. L’immaginario italico di casinò è legato a paradigmi industriali e funzionali ormai superati dalle attuali logiche economiche e dalle dinamiche del moderno mercato del lavoro. A dover essere archiviata, quindi, è piuttosto una narrazione di casinò: strumento ibrido al servizio di oligarchie politiche e di apparati burocratici. Se la spinta innovatrice saprà rottamare anche il Leviatano, allora per i casinò si aprirà una seconda stagione. All’insegna di una moderna concezione di intrattenimento e di leisure, magari inglobata in quel concetto di turismo esperenziale e multitasking che il Belpaese saprebbe e potrebbe offrire.

Gianfranco Bonanno

Chiese e Chiesa, chi vincerà?

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Uno tsunami di innocue proporzioni sta scuotendo in queste ore il mondo del gioco pubblico e quello cattolico, il diavolo e l’acqua santa. La materia del contendere è un protocollo di intesa firmato qualche giorno fa – al riparo da clamori mediatici e, a quanto pare, anche dall’attenzione di parte dei protagonisti – da Sistema Gioco Italia (Confindustria) e alcuni rappresentanti della campagna anti-azzardo “Mettiamoci in gioco” che fa capo a don Armando Zappolini (a sinistra nella foto). Sullo sfondo, la Consulta nazionale antiusura con il suo veemente segretario Mons. Alberto D’Urso (a destra nella foto).

I primi due interlocutori, partendo dall’assioma che oggi è impossibile proibire il gioco d’azzardo e spinti dalla necessità di trovare soluzioni condivise sullo spinoso problema, hanno individuato un terreno di discussione incentrato essenzialmente su: lotta all’illegalità e al Gap, pubblicità e divieto di gioco ai minori. Per rendere più “scientifico” il consesso propongono anche una diversa definizione delle attività legate all’azzardo, cosicché il grave “gioco d’azzardo con vincita di denaro” possa tramutarsi in un più suadente “gioco d’alea con vincita in denaro”.

All’indomani del “famigerato” protocollo, molte delle sigle aderenti al cartello hanno preso le distanze dall’accordo sia per motivi di metodo (il mancato coinvolgimento di buona parte dei componenti), sia per motivi sostanziali.

Su questi ultimi si appuntano in particolare le aspre critiche della Consulta nazionale antiusura, che in una nota molto piccata esprime «grave allarme per alcuni aspetti del protocollo». Nello specifico: «la cancellazione della parola “azzardo” per mascherare le varie forme di raccolta del gambling di Stato (una sconcertante manipolazione delle parole); la pretesa di offrire un riconoscimento all’impresa d’azzardo come se fosse una qualsiasi altra attività economica legittima; l’ulteriore incoraggiamento del consumo d’azzardo che deriva dalla sottovalutazione dei danni sistemici per la persona, la famiglia, la società, l’economia, la salute e la sicurezza pubblica». La nota termina con una dura reprimenda nei confronti di don Zappolini, accusato di produrre «da uomo di chiesa una grave confusione tra ruolo educativo e rispettabilità del gambling».

Alle dissociazioni di molti rappresentanti del cartello (le considerazioni di Mons. D’Urso immagino verrano trattate in sede separata), don Zappolini replica che «il protocollo non sigla alcuna “alleanza” della campagna con i concessionari, ma vuole semplicemente aprire un confronto con le imprese di Confindustria al fine di arrivare in tempi brevi a una legge quadro sul gioco d’azzardo, l’obiettivo principale che si è dato la campagna fin dalla sua costituzione».  In quanto alla riservatezza della riunione, precisa che tale scelta «tutela le due parti nella comunicazione rivolta all’opinione pubblica, garantendo entrambi dal rischio di strumentalizzazioni reciproche». E infine, che la necessità di individuare – «in un documento condiviso con Confindustria» – un termine diverso da “gioco d’azzardo” nasce esclusivamente da motivazioni giuridiche, perché essendo il “gioco d’azzardo” considerato nonostante tutto illegale nel nostro ordinamento, occorre trovare un’espressione più attuale».

Questi i fatti riassunti per sommi capi, che rivelano il livello di interlocuzione e il senso della speculazione che caratterizza le istituzioni contemporanee. Ci permettiamo di ricordare che da molti anni denunciamo l’uso disinvolto di eufemismi come “ludopatia” o distorsioni semantiche quali «gioco pubblico» e «gioco responsabile e lecito»: tutti termini che evitano accuratamente l’accostamento lessicale con la parola “azzardo”. Ed è da mezzo secolo che – “forti” di ben due pronunce della Corte Costituzionale – chiediamo una legge quadro in materia, proponendo di localizzare il gioco d’azzardo (noi non abbiano timore della turpe parola) in moderne e funzionali case da gioco comunali o regionali che apporterebbero risorse e non problematiche sui territori.

Eccola la soluzione, sarebbe già pronta se solo gli uomini di governo (e quelli di Chiesa), anziché bollare come “inopportune” le nostre proposte, avessero colto con anticipo lo scenario. E se, oggi, a dolo consumato, sapessero correggersi in corso d’opera distinguendo tra lucro cessante e danno emergente, magari accettando una riduzione del gettito fiscale in cambio di una limitazione dei fenomeni da Gap e dei conseguenti capitoli di spesa pubblica. Su questi temi dovrebbe avvenire il confronto, avendo come obiettivo quello di conciliare visioni non singoli divieti; di contemperare l’etica cattolica con quella laica attraverso la discussione sui modelli e non escogitando artifici linguistici.

A questo punto, che dire? Assistiamo rassegnati e un po’ divertiti al dibattito, come farebbe un veterano di guerra nel sentir parlare due reclute di strategia bellica. Non è supponenza. E’ intrattenimento allo stato puro.

Gianfranco Bonanno

Casinò, opportunità non solo per il territorio

Casino Bagni

I dati diffusi recentemente circa la capacità di contribuzione dei quattro casinò a favore degli enti locali meritano qualche considerazione più approfondita. Non foss’altro che per sfatare sul nascere un mainstream di superficiale conio, tipo “visto che i casinò sono tutti in crisi e oggi rappresentano addirittura un costo per le amministrazioni locali, è inutile proseguire nella proposta di aprirne altri”.

Secondo le cifre pubblicate dall’agenzia specializzata GiocoNews, il casinò di Venezia nel 2013 ha versato al Comune una cifra pari a 16 milioni di euro, ben lontana dai 107 milioni del 2006 (anno di massima contribuzione), e anche da quanto avrebbe dovuto versare in forza dell’attuale schema di convenzione che prevede il riversamento nelle casse comunali del 25% degli incassi lordi, per l’anno in questione circa 26 milioni sui 104 incassati.

Idem per il casinò di Campione di Italia, che ha “elargito” circa 20 milioni contro i 43 dovuti sulla carta, e per Saint Vincent che, pur vantando la minor imposizione contributiva tra i quattro (“solo” il 10% degli incassi di gioco), ha chiuso il bilancio 2013 con una perdita di una ventina di milioni. In quest’ultimo caso, il deficit è in qualche modo giustificato dalla riduzione della produttività dovuta alla profonda ristrutturazione degli ambienti ricettivi e di gioco. Solo il casinò di Sanremo, grazie a un virtuosismo dell’amministrazione comunale che ha fissato al 13% la quota a carico della società di gestione, ha fatto registrare l’anno scorso un utile di circa 6 milioni di euro.

A fronte di tali dissesti finanziari, le proprietà, che in Italia sono enti pubblici, devono provvedere alla ricapitalizzazione delle rispettive società di gestione, ovvero delle loro partecipate. Qui si dovrebbe aprire un capitolo a parte, ma non è questa la sede. Per rimanere al punto, valutando solo l’impatto contributivo, non c’è dubbio che il tempo delle vacche grasse sia finito. Come del resto è finito per tante altre attività “tradizionali”, dove per “tradizionale” deve intendersi il modello di business, l’organizzazione industriale, non il concept.

In paesi come la Francia, dove la casa da gioco è stata pensata come luogo di intrattenimento a tutto tondo e di complemento all’offerta turistica locale, il modello organizzativo si è sviluppato secondo precise logiche politiche ed economiche, prima che fiscali. Per lo più piccole strutture, a gestione privatistica, che nonostante la crisi assicurano costanti risorse alle amministrazioni territoriali. Senza dire dell’aspetto occupazionale, oggi ancora più importante del gettito tributario. Provate a chiedere al sindaco di Stresa o di Taormina se sarebbero “preoccupati” di disporre non di 20 milioni, ma di 2 milioni di euro l’anno; e di poter offrire una decina, non centinaia o migliaia, di posti di lavoro ai loro concittadini.

Una quarantina di nuovi casinò, due per regione, nelle maggiori località turistiche e termali, potrebbero innescare processi economici virtuosi in vaste aree del paese, offrendo peraltro una via di giustificazione alla riduzione dei trasferimenti del governo centrale. In questa ottica il casinò “rende”, non solo al territorio ma all’intera collettività.

Gianfranco Bonanno