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La vera rivoluzione del gioco pubblico? Rottamare la casta dei tavoli verdi

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Negli ambienti politico-istituzionali che si occupano di gioco pubblico si discute in questi giorni se la Delega fiscale sia lo strumento normativo appropriato per riordinare tutta la materia, apportando cioè modifiche rilevanti anche al comparto dei casinò come vorrebbe il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, oppure solo una parte di essa (slot e scommesse), come auspicherebbero i concessionari di stato, presunti competitor delle case da gioco esistenti, due delle quali (S.Vincent e Sanremo) schierate su quest’ultimo fronte al grido di “giù le mani dai nostri casinò”.

Campione silente, l’unico disponibile al dialogo sull’ipotesi prospettata dall’on. Baretta sembra essere il casinò di Venezia, non a caso l’azienda che insiste sul territorio di riferimento del sottosegretario e anche quella con i bilanci più imbarazzanti. A Baretta va comunque riconosciuta l’onestà intellettuale di aver coinvolto nella proposta di riorganizzazione anche gli altri tre, accomunati da una crisi di modello e di gestione, prima che finanziaria; il che autorizza a pensare a una visione di sistema anziché alla difesa di un “particulare”, come dimostra anche l’insolita interlocuzione sul tema tra i due ministeri – Economia e Interno – vigilanti sui “diversi” giochi pubblici.

Per trovare un punto di incontro, è stato convocato per questa settimana un tavolo tecnico al quale siedono, oltre ai due dicasteri, anche l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e Federgioco. Il peso specifico degli interessi è rilevante; ne è conferma la stessa composizione del tavolo. Il nodo da sciogliere non riguarda tanto la congruità della procedura legislativa o la corrispondenza dell’intervento governativo con la lettera del mandato parlamentare, quanto lo status quo degli apparati di potere, in particolare di Viminale e Mef. Un’unica società di gestione per i quattro casinò e l’apertura, sia pure graduale, di case da gioco regionali sarebbero una rivoluzione epocale poiché stravolgerebbero equilibri istituzionali consolidati nel tempo, sia a livello nazionale che locale: uno scenario nemmeno ipotizzabile se non vi fosse dietro un “disegno superiore”, una specie di onda lunga della rottamazione.

Dietrologia a parte, osserviamo che mentre le posizioni dei due dicasteri sono in qualche modo chiare e comprensibili, l’atteggiamento di Federgioco resta un’incognita. L’organizzazione che rappresenta le imprese-casinò vide la luce agli albori dell’anno 2000 grazie a una “intuizione” del professor Gianni Corradini, all’epoca amministratore delegato del casinò di Venezia, integralmente condivisa dai gestori straordinari (tra cui due prefetti della Repubblica) delle altre tre case da gioco. Tutti e quattro  i manager concordarono, già allora, sull’opportunità di tutelare gli interessi dei rispettivi azionisti pubblici in un’ottica unitaria (sia pure molto diversa da quella ipotizzata oggi), elaborando peraltro un testo di legge che prevedeva l’apertura di un casinò per regione nelle località a vocazione turistica e termalistica. In perfetta sintonia con quanto propone da cinquant’anni l’Anit, che non a caso era considerata uno degli interlocutori privilegiati per la realizzazione del progetto.

Cambiano gli uomini e cambiano le visioni. Dopo quindici anni – e con i conti in rosso – l’unica progettualità nota dei quattro casinò è la conservazione di privilegi (sempre più assottigliati), avversando per principio anche ciò che potrebbe assicurare la loro sopravvivenza. Autolesionismo o mancanza di visione? Se i casinò sono diventati un costo per gli enti locali che li amministrano, perché non liberarsene?

Ma soprattutto, qual è il progetto – se c’è – di Federgioco, questa associazione datoriale chiusa in un corporativismo anacronistico, che sul proprio sito istituzionale comunica unicamente il calendario delle manifestazioni, un po’ come se un giornale pubblicasse solo il taccuino degli spettacoli? Ci permettiamo di rivolgere un invito all’on. Baretta: allarghi il tavolo a chi i progetti ce li ha, e pure condivisi con le più ampie rappresentanze delle amministrazioni pubbliche locali; ne guadagnerebbe il dibattito e – chissà – forse anche le tende di questo antico sipario si aprirebbero al vento del rinnovamento. Sarebbe proprio ora.

Gianfranco Bonanno

Bufale elettorali. Casinò e casini pari sono

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Tempo di elezioni, tempo di promesse. E di bufale. Alcune grandi come una casa, anzi come un casinò, anzi come un casino. Infischiandosene degli accenti, Luca Cosimi, novello candidato consigliere alla Regione Toscana nelle fila di Forza Italia, ha reso pubblica la sua ricetta su come rilanciare l’asfittica economia dell’Isola d’Elba: un casinò e un paio di case chiuse. Casinò e casino. Pila e Pilu. Due strumenti straordinari per attrarre in quest’angolo di Mediterraneo i patiti delle “fiche(s)”. Il superfluo (per Cosimi) segno ortografico giustifica l’accoppiata vincente. Una provocazione a tutto campo al bigottismo di stato.

Peccato, però, che l’accoppiata non sia vincente; non lo è mai stata. Anzi, quella di proporre il combinato disposto casinò-casino si è sempre rivelata una formidabile arma per affossare tutto l’ambaradam della trasgressione organizzata. Del resto, anche se il “significante” – per dirla con De Saussure – evoca un segno comune (piccola casa), il “significato” è alquanto diverso. Il celebre linguista svizzero, antesignano della moderna semiologia, lo giudicherebbe un accoppiamento incestuoso. E a dire il vero anche noi.

Primo, perché il gioco d’azzardo non è una pulsione istintuale come il sesso, ma qualcosa di più sovrastrutturale. Secondo, perché  le due eccitazioni, ancorché dovute alla produzione dello stesso ormone (la dopamina), si escludono a vicenda. Per un giocatore, il tavolo verde è adrenergico quanto due belle gambe inguainate in una giarrettiera. Semmai, l’eccitazione sessuale potrebbe manifestarsi “dopo”. Ma quest’ultima dipende dall’esito della prima: in caso di vincita l’euforia consente facili commistioni; in caso di perdita il “down” potrebbe comportare un abbassamento del livello di testosterone (oltre che delle disponibilità finanziarie), tale da compromettere fatalmente lo stesso utilizzo dello strumento di piacere.

Gianfranco Bonanno

Nuovi casinò, l’assedio vien dalla montagna

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Com’era prevedibile, ecco le prime bordate contro la ventilata riforma dei casinò. Nonostante l’atteggiamento interlocutorio di Federgioco, la proposta del sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta di istituire un organismo unico di governo dei quattro casinò «dovrà scontrarsi con l’opposizione di almeno qualcuno degli enti locali attualmente autorizzati a offrire gioco d’azzardo in deroga alle norme del codice penale», come scandisce il presidente della regione Val d’Aosta, Augusto Rollandin (nella foto), in un’intervista al portale specializzato Gioco News.

Una proposta giudicata «impraticabile» in quanto «ci sono situazioni così diverse che non si possono mettere insieme». E riguardo alla prospettata apertura di “filiali regionali” (Taormina in testa), il governatore valdostano alza il tiro: «Questa proposta è ancora peggiore, non è possibile pensare a nuovi casinò in Italia vista la crisi di quelli esistenti».

Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Il solito arroccamento di posizione. Del resto, Rollandin fa il suo mestiere: difende il suo orticello, anzi le sue montagne. La qual cosa è anche comprensibile, visto che il casinò di Saint Vincent rappresenta pur sempre, nonostante la crisi, il primo bacino occupazionale (ed elettorale) dell’intera Regione e un fondamentale asset per la sua economia.

Proprio valutando questi aspetti, nell’incontro con l’onorevole Baretta l’Anit ha messo l’accento sulla necessità di coniugare l’offerta di gioco d’azzardo con l’industria turistico-ricettiva, assicurando ricadute positive sui territori. Il senso è chiaro: va bene una gestione unitaria delle case da gioco, a patto che le località (presenti e future) che le ospitano possano godere dei vantaggi della loro presenza. Una formula che, anche nella “versione centralista”, non toglie agio politico ai singoli enti locali e che consente di recare benefici economici ad intere comunità.

Ma se Rollandin e simili pensano che, nell’era della competizione globale, sia ancora possibile ragionare con i localismi o che una deroga significhi un diritto acquisito a vita, commettono due gravi errori: di giudizio e di prospettiva, anche politica. Nel primo caso, il termine “deroga” postula, tra l’altro, un significato di “provvisorietà”, come ha sottolineato per ben due volte la Corte Costituzionale. Dunque – a meno che non si voglia continuare a disattendere il diritto per altri trent’anni – sarebbe ora di dare risposta al giudice delle leggi.

Nel secondo caso, è vero sì che il disegno di Baretta andrebbe a toccare il “potere” degli amministratori locali (liberandoli però anche di alcuni oneri), ma lascerebbe spazio a un diverso ruolo dei quattro casinò esistenti che avrebbero modo di affermare la propria leadership in uno scenario operativo più vasto, con ricadute salutari anche per i territori di riferimento.

Ci sarebbe da aggiungere, sul piano dell’analisi di mercato, che oggi il problema del settore non è tanto il competitor commerciale quanto il prodotto e il modello stesso di attività. Il concorrente di Saint Vincent non è Taormina (anche se il 30% della sua clientela proviene dalla Sicilia); piuttosto, questa ne potrebbe rappresentare l’estensione per valorizzare e sviluppare un patrimonio di esperienze e conoscenze.

In questo senso, accentrare una competenza (peraltro senza escludere gli attuali stakeholders), in un più generale processo di razionalizzazione di risorse e attribuzioni, non significa privare i decisori periferici di una sfera di influenza ma semplicemente mutarne la connotazione. Del resto, al buon cavalier non manca lancia.

Gianfranco Bonanno