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Gioco pubblico, l’aumento delle tasse non è la soluzione

Unknown

Nonostante le ventate di “modernità”, la vecchia politica è ancora viva e vegeta. La cifra della sopravvivenza è desumibile dall’intervento di Fabrizio Cicchitto, l’altro giorno all’Arena di Giletti, in tema di gioco. «Stiamo raschiando il barile, il gioco andrebbe tassato ancora di più visto che non è possibile vietarlo». Il commento del deputato del Pdl rivela l’approccio miope e contraddittorio che un certo mondo politico – di destra e di sinistra -  ha nei confronti di uno dei più importanti comparti economici del Paese. La leva fiscale rimane per questi signori la sola alternativa per procurare risorse. E’ una mentalità, un atteggiamento culturale, prima che politico. Che riguarda ogni tipo di attività, ma in particolare quelle di cui si ignorano le dinamiche e le potenzialità.

Non si chiedono, i signori delle gabelle, se l’industria, il mercato, quindi l’economia reale, possono sopportare un’imposizione tributaria che priverebbe di senso economico gli investimenti “sani”, con il rischio di mettere nelle solite “lunghe mani” un altro provvidenziale asset. Tassare per contrastare pensando di far più cassa è un’equazione che ricorda la botte piena e la moglie ubriaca. Non a caso, come dimostrano i dati più recenti, il gettito erariale è progressivamente diminuito anche in coincidenza con la maggiore emersione del mercato illegale.

Le politiche espansive del gioco d’azzardo perseguite da tutti governi negli ultimi dieci anni hanno portato all’allarme sociale che tutti conosciamo, ma soprattutto hanno rivelato i limiti e le lacune di una normazione che guarda essenzialmente agli interessi erariali. Non vi è un progetto realmente economico alla base, né una motivazione etico-sociale. Come se soltanto in questo paese, al contrario di quanto avviene nel resto del mondo, non fosse possibile coniugare gli interessi pubblici con quelli della collettività e dell’industria. Un modo di pensare che, fra l’altro, origina quella commistione affaristica tra istituzioni, politica e impresa denunciata farisaicamente in questi giorni.

Se la coperta è troppo corta, è inutile tirarla da una parte o dall’altra a seconda del momento. Tocca cambiare la coperta. Si metta finalmente mano a un riordino complessivo di questa delicata materia. Si faccia una legge quadro sul gioco d’azzardo partendo da una ratio condivisa, una concezione “sociale” dell’intrattenimento che sappia integrare l’industria del gioco con le politiche turistiche e territoriali. Ciò porterebbe ad avere strutture realmente “dedicate”, che potrebbero contribuire a rivitalizzare intere aree a vocazione turistica e termalistica, dare slancio ad attività indotte e all’occupazione locale. Senza dire che siffatta impostazione incrocia quel modello fiscale di ispirazione federalista dai più oggi invocato.

Gianfranco Bonanno

Convegno Codacons su ludopatia. Annunciata richiesta di risarcimento per i giocatori dipendenti

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E’ in programma per lunedì 20 maggio a Roma, presso l’aula Magna del San Camillo Forlanini, il convegno organizzato dal Codacons sulla dipendenza da gioco, al quale interverrà anche il ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione, Giampiero D’Alia. Saranno resi pubblici i risultati di uno studio condotto in Italia che rivelerebbe come «la ludopatia sia diventata oramai la ‘malattia del secolo’» e verrà illustrata alla stampa la prima azione risarcitoria avviata da un giocatore affetto da dipendenza, con la quale si chiedono 10 milioni di euro di risarcimento allo stato italiano.

Durante il convegno, inoltre, il Codacons fornirà i dettagli circa un esposto presentato ai Nas di tutta Italia, in cui si chiede di porre sotto sequestro le sale Vlt presenti sul territorio, giudicate «pericolose per i cittadini, poiché in grado di alterare la percezione della realtà nei giocatori». Sarà inoltre illustrato il “sistema di intelligenza artificiale” messo a punto da ricercatori della Cattolica e premi Nobel che consente di individuare i giocatori a rischio ludopatia.

Qualificato il parterre dei relatori: Giovanni Serpelloni, Capo Dipartimento politiche antidroga Presidenza del Consiglio dei Ministri; Antonio Tagliaferri, Dirigente generale per le Strategie Aams; Massimo Passamonti, Presidente Confindustria-Sistema Gioco Italia; Pietro Canuzzi, della Direzione generale del Ministero della Salute; Aldo Morrone, Direttore generale del San Camillo Forlanini; Marco Cannavicci, Medico psichiatra; Florinda Maione, Psicoterapeuta Siipac Lazio; Matteo Temporin, dell’Università Cattolica di Brescia; Graziano Bugatti, Ad di Mind; Francesco Tamburella, del Centro Studi Codacons. Concluderà i lavori il presidente del Codacons, Carlo Rienzi (nella foto).

Gianfranco Bonanno

Casinò regionali, per un gioco davvero “pubblico”

Senza titolo

«Al posto delle slot in tutti i locali, vorremmo un casinò in ogni capoluogo di regione». La proposta – da sempre bandiera dell’Anit – viene questa volta da Bologna, dove l’altro ieri il Consiglio comunale ha votato all’unanimità un ordine del giorno, proposto da Claudia Rubini (Pdl), che invita il governo ad «approvare una normativa nazionale quadro finalmente completa sotto il profilo contenutistico e dispositivo affinché lo Stato recuperi il governo e la programmazione politica sulle attività dell’intero comparto dei giochi».

Nelle file del centrodestra emiliano circola da tempo un’idea: un referendum abrogativo «per fare a pezzi la legislazione vigente, che ha radicalmente cambiato il tessuto commerciale del nostro territorio e cambiato il volto delle nostre città». Una mobilitazione che coinvolga tutti i Comuni d’Italia, al fine di raccogliere le 500mila firme necessarie a presentare il referendum, organizzando week-end formativi e informativi e una grande manifestazione nazionale per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su questi temi.

Qualche giorno prima era stato un altro consigliere del Pdl, Lorenzo Tomassini, a chiarire il concetto. In un’intervista rilasciata all’agenzia Gioconews.it, aveva annunciato la linea del suo partito precisando che la strada da percorrere è quella di «abrograre la legge vigente, e rendere il gioco “davvero” pubblico, aprendo un casinò in ogni capoluogo di regione: l’unico modo per avere la certezza che non si ci sia riciclaggio di denaro, e che i giocatori vengano identificati». Esattamente ciò che l’Anit dice da quarant’anni, infrangendosi contro un muro di ipocrisie e di falsi moralismi, per fortuna ormai al tramonto a giudicare dal “revisionismo culturale” in atto nel mondo politico sull’argomento.

La regione Emilia-Romagna non è la sola a pensarla così. Il tema del gioco pubblico (e delle sue attuali regole) è ormai all’attenzione di tutte le amministrazioni territoriali. Ed è musica per le nostre orecchie constatare che parlare di “casinò” oggi non è più così blasfemo. Anci e Legautonomie, con cui Anit sta scrivendo una proposta di legge quadro che va proprio nella direzione di localizzare l’offerta di gioco, sono in prima linea per combattere una piaga che è unicamente effetto di politiche miopi, ipocrite e assolutamente inidonee a contrastare le stesse problematiche – l’emersione del gioco clandestino – che pure si prefiggeva di risolvere.

Finalmente si capisce che il tanto avversato teorema – il modello casinò – con il suo portato di risorse occupazionali per il territorio e di volano per l’industria turistica e termalistica, è la giusta soluzione per una moderna concezione di “gioco sociale”, trasformando in opportunità ciò che per insipienza e dolosa mistificazione è stato giudicato “lecito” e “sicuro” solo perché “pubblico”. Il legislatore deve farsi carico di assicurare un quadro normativo che risponda pienamente alla moderna domanda di intrattenimento che viene dalla società del terzo millennio. Ma deve farlo senza infingimenti e con un approccio possibilmente laico e coerente. Così come avviene nel resto dell’Europa e del mondo occidentale.

Gianfranco Bonanno