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M5S e il gioco di Pulcinella

pulcinella

L’estate è da sempre la stagione degli inganni e degli inciuci. Non sempre essi sono sinonimo di fregatura: i flirt al sapore di sale, le tresche da spiaggia sono un gioco di cui si conosce l’esito già in partenza, una liturgia accettata e condivisa dai soggetti in causa.  Diversamente, in politica, il tradimento si consuma all’insaputa dei più. Con l’assopimento della coscienza collettiva, distratta e distrutta dall’afa (non solo climatica), le genialate partorite nelle refrigerate stanze del Palazzo hanno gioco facile. Colpire nel sonno è sempre stata l’arma preferita dai detentori del potere: anche gli dei della mitologia amavano trasformare gli uomini in animali previo addormentamento.

Il tema del quale ci occupiamo su questo sito – il gioco pubblico – non sfugge all’assioma sopra descritto; anzi ne è un formidabile paradigma. L’anestesia agostana è sicuramente il contesto più favorevole, per i Grandi Manovratori, per portare a termine il disegno incompiuto del decreto sui giochi previsto nella Delega fiscale. Fallita la missione nei tempi stabiliti, e scartata per il momento l’ipotesi di inserire l’argomento nella legge di Stabilità, si ricomincia dal Senato, dove alcuni solerti rappresentanti del Pd hanno presentato un ddl di riforma del settore che riprende in larghissima parte la “bozza Baretta”, motivando con l’esigenza di non disperdere il faticoso e complesso lavoro svolto dal sottosegretario all’Economia.

L’intento, così annunciato, potrebbe anche essere plausibile, ma siccome siamo nel paese di Pulcinella, ecco la farsa. Mentre fervono i preparativi nelle commissioni parlamentari, il quotidiano Vita.it rivela che il citato ddl – primo firmatario il senatore dem Franco Mirabelli – è la copia conforme del decreto Baretta, il cui autore materiale è un magistrato, Italo Volpe, capo dell’ufficio legislativo del Mef nonché dell’ufficio legale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ovvero dell’organismo deputato al controllo delle attività del gioco. Un dirigente che istituzionalmente interloquisce con la categoria dei concessionari. Il che ha provocato un generale sconcerto, specialmente in coloro – mass media generalisti e politici d’opposizione – che si intendono dell’argomento quanto noi di fisica quantistica.

L’articolo di Vita.it, rilanciato dal Fatto Quotidiano, assurge a rango di scoop degno di un premio Pulitzer, mentre il M5S (peraltro l’unica vera opposizione parlamentare) annuncia per bocca del senatore Giovanni Endrizzi un’interrogazione urgente al governo per evidente conflitto di interessi. Il problema è la (presumibile) commistione tra controllori e controllati, il sospetto che nelle pieghe del riordino normativo prospettato dallo scaduto decreto e ripreso nel disegno di legge del Pd, si nasconda una legislazione di favore. Insomma un modo per far passare dalla finestra ciò che non è entrato dalla porta. Un tentativo di inciucio che, visto anche il periodo in cui dovrebbe essere avviata la discussione parlamentare – luglio/agosto, appunto – alimenta e potenzia il retropensiero.

Ora, sarà che noi a norme di favore, deroghe e particolarismi c’abbiamo fatto il callo, ma vorremmo porre queste semplici domande a chi, come il M5S, ha assunto – meritoriamente – il ruolo di cane da guardia delle istituzioni. Perché l’indignazione scatta solo per gli effetti di una legislazione, discutibile già ab origine, e non per l’assenza stessa di un quadro regolatorio organico? Perché lo scandalo è la riserva statale sui giochi che dovrebbe liquidare delle schizofreniche normative locali su distanziometri e ludopatia e non la pervicace ostinazione del Parlamento a ignorare due sentenze della Corte Costituzionale che da trent’anni denunciano un’anomalia di sistema? Perché i casinò, che oggi pure governo ed enti locali ammettono essere i più efficaci presidi dell’offerta legalizzata del gioco d’azzardo, sono visti con reticenza? Perché, anziché ribattere punto su punto su qualcosa che è già di per sé lacunoso, il M5S non si intesta una proposta di legge quadro in materia di gioco pubblico che metta a sistema un’economia di vantaggio per i territori?

Basterebbe guardare poco oltre i nostri confini: Francia, Svizzera, Gran Bretagna, Spagna, Slovenia, Malta e via elencando hanno da lustri regolamentato il settore rendendolo compatibile con i rispettivi tessuti socio-economici, anzi trasformandolo in una risorsa produttiva. Perché da noi la discussione ristagna sui dettagli e non si apre a una visione sistemica? Perché all’errore di valutazione iniziale, pubblicamente riconosciuto, circa la liberalizzazione di slot e affini si oppone una soluzione che non elimina l’errore ma si sovrappone ad esso? Perché non si va a fondo e si resta sempre in superficie?

Gianfranco Bonanno

Renzi frena sui giochi. Ma forse è un bene

Renzi frena sui giochi

Tutto secondo copione. Sui temi “interessati”, quelli che toccano la tasca pubblica, il Rottamatore preferisce la vecchia politica, quella dilatatoria. E’ accaduto ieri con il tanto atteso decreto sui giochi, considerato uno dei tasselli portanti della Delega fiscale, che non entra nella fase attuativa e viene rimandato a settembre, o a fine anno, quando si discuterà dell’altro tormentone: la legge di Stabilità. «Il dibattito sulla materia non era maturo – ha chiosato il presidente del Consiglio – e non ci sembrava il caso di aprire un decreto legislativo su questo singolo tema. Utilizzeremo il positivo lavoro svolto sui giochi per ulteriori interventi sia nella legge di Stabilità che altrove».

La notizia non coglie di sorpresa i veterani della materia. Anzi, era abbastanza prevedibile visto che – al di là degli specifici temi dei casinò e dell’ippica – la febbrile rielaborazione dei testi, in particolare su aspetti quali la fiscalità, la pubblicità e le competenze giuridico-amministrative, lasciava immaginare la difficoltà di raggiungere un’intesa. Queste ultime, in particolare, nonostante la riaffermazione del principio di riserva statale in tema di gioco pubblico, continuano a essere oggetto di un irrisolto contenzioso istituzionale tra governo, regioni e comuni a causa delle attribuzioni in materia di sanità e di sicurezza urbana riservate agli enti territoriali.

Anche per fare ulteriormente luce su questi aspetti, forse la decisione di rinvio del decreto delegato sui giochi non è del tutto peregrina. E darebbe ancora agio di trovare una soluzione “quadro” per l’intero settore. La riorganizzazione dei giochi pubblici non è obiettivamente semplice nell’attuale bailamme normativo, ma sarebbe impossibile senza un grande sforzo da parte di tutti i soggetti in causa. L’industria ha dimostrato, nell’occasione, di essere dotata di “intelligenza politica” rinunciando a un quarto dei suoi strumenti produttivi (la riduzione di centomila slot), ma il passo decisivo deve farlo il governo attraverso un atto di coraggio, di cui la proposta del sottosegretario Baretta sull’apertura di filiali regionali dei casinò è un promettente accenno.

Occorre insistere su questa strada, cercando di sensibilizzare e coinvolgere nel progetto le altre forze di governo. Assodata la limitazione del parco macchine, sancito il principio di localizzazione delle Vlt (in proposito soccorre la legge Abruzzo sugli “ambienti dedicati”), ci sono le condizioni per disegnare uno scenario che consentirebbe di superare d’un fiato tutti gli altri ostacoli: leggi locali su distanze e ludopatia.

La soluzione, adattando alle esigenze italiane il modello svizzero, potrebbe consistere nel prevedere due categorie di offerta: i casinò, riservati alle località a prevalente vocazione turistica, dove è consentito l’esercizio di tutte le tipologie di giochi; le gaming hall, autorizzate nelle città a maggiore densità abitativa, dove sono praticabili solo giochi elettronici e digitali (e magari anche il bingo). Le scommesse sportive (comprese quelle ippiche), se proprio non possono essere ricondotte nei due format, potrebbero continuare a essere esercitate nelle attuali sale, dove installare anche gli apparecchi a vincita limitata.

Nell’uno e nell’altro caso, fermo restando il sistema concessorio, le procedure autorizzative coinvolgerebbero anche Regioni e Comuni mediante una previsione normativa che distingue tra concessioni di sito e concessioni di gestione. Alle amministrazioni locali è riconosciuta una royalty sugli incassi con obbligo di destinazione a scopi di pubblica utilità (ciò serve anche a compensare la riduzione dei trasferimenti dallo Stato), mentre all’Erario vanno le varie entrate tributarie, dalle quali si potranno attingere risorse per il rafforzamento delle azioni di contrasto all’illegalità. E questo servirà come contropartita a chi oggi ha difficoltà a rinunciare al gettito dai casinò e perciò si oppone a ogni cambiamento.

Un siffatto scenario avrebbe un senso perché legato a una concezione sociale del gioco d’azzardo (vedi il recente rapporto della Commissione federale delle case da gioco elvetiche), nella quale gli effetti indesiderati (Gap e illegalità su tutti) potrebbero essere gestiti con maggiore efficacia, salvaguardando imprese e gettito fiscale e innescando processi economici con ricadute dirette sui territori.

Gianfranco Bonanno

Riforma dei giochi, parole e (retro) pensieri

palazzoneMEF

Il gioco pubblico tiene banco questa settimana. Sette giorni fitti di appuntamenti. E di parole. Domani sono in programma a Roma due convegni: un seminario organizzato dalla Toro Edizioni nell’ambito del progetto “C’è gioco e gioco” sul tema Norme locali e leggi nazionali: compatibilità e conflitto con la riserva di Stato nel gioco pubblico; e un’assemblea aperta organizzata dall’Associazione Nazionale Sapar e dalla neonata Federazione Nazionale Gioco Pubblico sul tema Riorganizzazione della filiera del gioco: modalità e nuovi istituti. Al primo evento sarà presente anche l’Anit con un intervento su Casinò: un gioco “diversamente pubblico”? Lo scenario tra deroghe e sentenze della Corte Costituzionale.

 

Intanto è appena terminato al Mef il tavolo tecnico voluto dal sottosegretario Pier Paolo Baretta in materia di casinò. L’avvio dell’interlocuzione tra le parti causa – Economia, nella doppia veste di ministero e Agenzia delle dogane e dei monopoli, e Interno, in qualche modo anch’esso nella duplice funzione di amministrazione dello stato e “tutor” dei quattro casinò, rappresentati da Federgioco – è di per sé un buon segnale. Non foss’altro perché rappresenta una novità assoluta nell’ingessato panorama istituzionale italiano. Ma non possiamo non notare che alla riunione di oggi il Viminale era rappresentato da due prefetti, ovvero da due burocrati seppur di alto rango, e non dal sottosegretario Gianpiero Bocci (non è un refuso, si scrive con la “n”…), cioè dall’esponente politico delegato alla materia.

Si dirà: trattandosi di un tavolo tecnico, sono stati inviati dei tecnici. Vero. Ma tutti gli addetti ai lavori sanno che la questione casinò si gioca prioritariamente sul terreno politico; e che gli aspetti tecnici, anche quelli di ordine procedurale, vengono valutati “per li rami”. E’ perfettamente inutile dibattere sulla percorribilità della legge delega quale strumento di intervento sui casinò se non vi è una accertata volontà politica di risolvere (non solo di affrontare) l’argomento. Del resto, per tutto ciò che attiene all’ermeneutica giuridica, operano in ogni dicastero uffici legislativi i cui tecnici (magistrati in genere) si preoccupano di fornire consulti e di tradurre in forma di testo normativo la volontà del legislatore, che è appunto di carattere politico.

Ecco perché l’assenza del sottosegretario al tavolo tecnico appare come una nota stonata nel concerto orchestrato dall’on. Baretta. A meno che l’on. Bocci, con tutte le beghe che in queste ore investono il suo ministero, non sia stato impedito da causa di forza maggiore. Ci auguriamo che sia così. E che il dialogo prosegua sui binari giusti, scrivendo un finale lieto a una commedia tipicamente italiana.

Gianfranco Bonanno