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Baretta (min. Economia), la soluzione alla crisi dei casinò? “Statalizziamoli”

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Per la prima volta dall’unità d’Italia si sente parlare – ufficialmente – di “casinò statali”. A prospettare tale scenario è addirittura l’esponente di governo che in materia di gioco ha la delega, ovvero il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta. Il quale, intervenendo a un dibattito sulle società comunali veneziane organizzato dall’associazione no profit Investclub Venezia, si è lasciato andare a una considerazione che merita più di un commento. Cosa ha detto esattamente Baretta? Che «i casinò devono tornare allo Stato, vanno risanati e poi si può pensare di aprire filiali anche in altre regioni».

La prima considerazione che viene da fare è sulle competenze. Questo specifico settore del gioco d’azzardo, da sempre “appannaggio” del dicastero dell’Interno, sembra essersi ormai trasferito nella sfera d’influenza di quello dell’Economia (peraltro due organismi che non hanno mai brillato per spirito collaborativo). Le conseguenze, sotto il profilo giuridico, sono importanti: il gioco d’azzardo, da sempre considerato nel nostro ordinamento nell’ottica prevalente dell’ordine pubblico, diventa soprattutto materia economica. Su questo punto si aprono una serie di riflessioni sulle quali avremo modo di tornare. Qui ci limitiamo a osservare come, anche in questo ambito, si riveli una volontà di accentramento di competenze e funzioni nelle mani dell’esecutivo, che di fatto esautora i decisori periferici di un potere di governo del territorio. La qual cosa, visto il degrado di certe amministrazioni, non rappresenterebbe in sé un vulnus democratico ma porrebbe comunque problematiche di ordine costituzionale e di organizzazione istituzionale.

Una seconda considerazione, non meno importante, riguarda il modello che si intende perseguire. Premesso che nel nostro Paese non vi è mai stato un precedente “statalista” e che quindi non sembra corretto parlare di “ritorno” dei casinò nelle mani dello Stato, la proposta dell’onorevole Baretta ha più il tono della provocazione-suggestione che non quello di un reale disegno politico. Se l’obiettivo è quello di istituire casinò statali, si dovrebbe innanzitutto pensare a una legge quadro sul gioco d’azzardo che, tra l’altro, ponga fine alle ridicole distinzioni tra “gioco pubblico” (quello dei Monopoli) e “gioco d’azzardo” (quello dei casinò gestiti dai Comuni).

L’anomalia italiana consiste proprio nell’assenza di una normativa organica in questa materia, che persiste da mezzo secolo nonostante le indicazioni della Corte Costituzionale e gli innumerevoli tentativi parlamentari fatti da tutte le forze politiche. Se, dunque, il sasso lanciato dall’onorevole Baretta mira a smuovere le sensibilità politiche anche sui casinò (l’ultimo tabù, dopo la proposta di liberalizzare le droghe leggere), accogliamo a braccia aperte lo stimolo. Ma anche qui occorre chiarirsi le idee.

Prima di prendere a modello paesi come Austria, Slovenia e Olanda, dove le case da gioco sono gestite da gruppi privati a partecipazione statale (quindi non esattamente statali), si guardi piuttosto al loro impianto legislativo. Si scoprirà che la ratio che sta alla base di tale scelta non è quella di “fare cassa”, ma di coniugare l’impresa del gioco con quella turistica, ricettiva, innescando dinamiche economiche indotte (occupazione, per esempio) con ricadute dirette sui territori. Una visione che contempera etica e interesse pubblico. In un paese come il nostro – dove gli interessi sono stati rappresentati da esigenze di controllo delle frontiere (con Mussolini) e necessità di assicurare gettito erariale (con Visco e Bersani) – le motivazioni etiche sono state invece utilizzate per fare l’esatto opposto: bloccare nuove opportunità. Almeno fino a quando è stato possibile. Dopo la liberalizzazione di slot e affini, tali argomentazioni hanno infatti rivelato tutta la loro carica di pretestuosità. Ma soprattutto hanno messo a nudo l’assenza di una visione. Del resto, non è un caso che è ancora molto dura la scorza di coloro – in particolare “vecchi” giuristi – che faticano a classificare il gioco come “un’attività produttiva”.

Tornando alla proposta di Baretta, vi è da sottolineare che i quattro casinò, per oltre mezzo secolo un’autentica cornucopia per tre Comuni e un’intera Regione, non sono diventati di colpo improduttivi. In realtà, non hanno mai sfruttato a pieno le loro potenzialità, ancorché favoriti da un regime di oligopolio che anziché stimolarne crescita e innovazione li ha appiattiti su posizioni di rendita. I nodi sono poi venuti al pettine grazie proprio a quei provvedimenti estemporanei da parte dello Stato, che invece di guardare alle esperienze di quei Paesi che oggi si intendono imitare, ha pensato bene di avviare un mercato parallelo dove i quattro hanno dimostrato tutti i loro limiti di capacità competitiva.

Per cui, pensare oggi di risanare un comparto con l’intervento dello Stato sembra un paradosso. A meno che – come si diceva – non si voglia finalmente mettere mano a una programmazione complessiva. Solo in questo caso sarà possibile aprire quelle “filiali regionali” auspicate da Baretta e che noi proponiamo da una decina d’anni a Federgioco, la rappresentanza dei quattro casinò che – proprio sull’esempio di Casinos Austria – potrebbe valorizzare e rendere fruibili competenze e risorse professionali acquisite in settant’anni di attività, seppure a scartamento ridotto. La risposta alle nostre proposte è sempre stata che “occorre pensare ai bacini di utenza”. Auguri onorevole Baretta.

Gianfranco Bonanno

Decreto sui giochi, prove tecniche di “democratura”

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Uno dei punti più controversi della proclamata nuova disciplina del gioco d’azzardo, al momento allo stadio di crisalide, è costituito dall’assenza delle amministrazioni locali nel processo decisorio che individua e autorizza l’ubicazione delle sale e ne regola le modalità di esercizio. I sindaci lamentano l’esclusione da quelle competenze – in particolare in tema di sicurezza urbana –  che pure erano state confermate in varie sedi giurisdizionali e cristallizzate nella sentenza 300/2011 della Corte Costituzionale.

Sul fronte opposto, il governo ribadisce il principio della riserva statale in materia di gioco d’azzardo, motivando con la necessità di una regolazione organica e omogenea sul territorio nazionale, sia pure tenendo conto del ruolo e delle prerogative delle singole amministrazioni periferiche. Per rafforzare questa volontà, il sottosegretario all’Economia PierPaolo Baretta non perde occasione per sottolineare l’esigenza di un confronto con l’Anci al fine di pervenire a una soluzione condivisa del problema.

Al momento, però, non risulta essere stata avviata alcuna reale interlocuzione con l’associazione di rappresentanza dei comuni italiani e, tantomeno, si scorgono indicazioni precise sul ruolo dei sindaci nell’ultima bozza del decreto, fatta circolare in questi giorni secondo le logiche della politica 2.0, ovvero lanciando il sasso per vedere l’effetto che fa. Semmai, il testo contiene una serie di contraddizioni in termini che lascia interdetti più che perplessi.

Inoltre, il richiamo alla riserva statale – pleonastico, poiché sull’attività in questione lo Stato ha sempre avuto voce esclusiva – pone un ulteriore interrogativo su quale sia la reale volontà dell’esecutivo: se trovare una effettiva via di intesa o fare piazza pulita dei tanti provvedimenti locali – nello specifico sulle distanze dai cosiddetti luoghi sensibili – che pongono limiti oggettivi al regolare esercizio delle attività di gioco. Insomma, la venatura “autoritaria” si scorge ma rimane (ancora) sotto pelle: è il nuovo concetto di “democratura”.

Dopodomani, lunedì 16 marzo, il sottosegretario Baretta parteciperà a Milano a un incontro – “Verso il decreto sul gioco d’azzardo”- organizzato e coordinato dal senatore Franco Mirabelli, capogruppo del Pd nella Commissione Antimafia del Senato. Tra i relatori, vi saranno anche Maurizio Carbonera, coordinatore della campagna “Mettiamoci in gioco”, e Angela Fioroni, segretaria Legautonomie Lombardia, promotori della proposta di legge di iniziativa popolare in materia di gioco d’azzardo alla cui stesura anche l’Anit ha fornito un apprezzato contributo.

Oggi che le cose sembrano aver preso la direzione da noi indicata già una decina d’anni fa – localizzazione degli apparecchi di gioco e gaming hall – e in attesa di poter esplicitare anche noi il nostro punto di vista all’on. Baretta, lanciamo ancora una volta l’invito ai tanti parlamentari che ci seguono su questo sito a liberarsi dai ragionamenti avvitanti e fuorvianti, quali mozioni su ludopatie e compagnia cantando. E’ una visione riduttiva del fenomeno, a voler pensare bene.

E’ ora di affrontare la questione del gioco d’azzardo con onestà intellettuale e guardando a tutte le sue implicazioni. I temi del dibattito attuale – dalle dipendenze al divieto di pubblicità, dalla tutela della legalità alla salvaguardia dell’interesse erariale – riguardano gli effetti del fenomeno, non le cause. Solo intervenendo con autentica volontà riformatrice, e magari rispondendo a quelle «esigenze di organica previsione normativa» più volte sollecitate dalla Corte Costituzionale, si potrà giungere anche nel nostro Paese a una disciplina non più interpretabile e capace di soddisfare le aspettative di operatori economici privati e amministrazioni pubbliche.

Gianfranco Bonanno

Politica alla resa dei conti, case da gioco più vicine

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Quanto azzardo giuridico e politico c’è nel gioco d’azzardo italiano? Per una volta la domanda-tormentone non la poniamo noi, ma il Senato. Come fulminati sulla via di Damasco, gli inquilini di Palazzo Madama si accorgono che «l’ordinamento vigente, nonostante i moniti della Corte costituzionale, non prevede una disciplina organica relativa al settore del gioco». Naturalmente la “scoperta” non è casuale ma è frutto di un’occorrenza: quella di definire il ruolo degli enti locali nell’approvando decreto delegato in materia di gioco pubblico e magari di incominciare a “normalizzare” il concetto di casa da gioco.

Non si spiegherebbero altrimenti i riferimenti alla sentenze della Consulta, che per ben due volte (nel 1985 e nel 2001) si è pronunciata sulla materia indicando al Parlamento la via da seguire per dirimere le tante contraddizioni (le deroghe a favore di quattro Comuni, prima, e i conflitti sulle attribuzioni amministrative, ora) che da sempre gravano sul settore del gioco. Dunque, se un organo di quel Parlamento – nel caso specifico la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali – che non ha ottemperato per trent’anni all’invito della Corte, “ricorda” l’esigenza di uniformarvisi, qualcosa si muove sotto traccia.

Nella relazione conclusiva della Commissione, che sarà presentata ufficialmente domani 3 marzo, si evidenzia come «nel corso delle audizioni e delle missioni svolte è emerso che uno dei  possibili moventi degli atti di intimidazione ai danni degli amministratori locali può essere ravvisato nelle dinamiche e nelle richieste di autorizzazioni che si rendono necessarie per l’apertura di sale da gioco sul territorio e per l’installazione di apparecchi all’interno di esercizi commerciali pubblici».

In un altro passaggio del documento viene stigmatizzato il ruolo dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli «a cui la legislazione vigente assegna la gestione del comparto del gioco pubblico e la verifica degli adempimenti cui sono tenuti i concessionari e tutti gli operatori legittimati ad operare, consentendo un crescente aumento della offerta di gioco d’azzardo sul territorio nazionale …».

E infine:«Di fronte a questo preoccupante scenario, aggravato dalla segnalata assenza di una legge nazionale organica in materia di regolamentazione del gioco d’azzardo, gli enti locali, privati di qualsiasi potestà di intervento diretto sul tema ma, allo stesso tempo, responsabili di una serie di atti amministrativi finalizzati alla concessione della licenza di apertura delle sale gioco, hanno cercato di intervenire con delle misure di tipo amministrativo che, in diversi casi, sono state successivamente annullate dalla giustizia amministrativa. Emerge chiaramente, dunque, il consistente squilibrio tra le responsabilità formali in materia – dovute in buona misura alla competenza ad emanare una serie di atti endo-procedimentali – da una parte, e le competenze sostanziali che non permettono di decidere effettivamente sugli esiti dei vari procedimenti».

Insomma, esaurita la stagione delle deroghe ai quattro casinò, il problema è ora come rimediare alla “liberalizzazione” dell’azzardo di Stato avviata nel 2002, che ha causato il solito pateracchio all’italiana e gli inevitabili conflitti tra poteri. Evidentemente i senatori ritengono, sia pure per vie traverse, che è giunto il tempo di mettere mano a un provvedimento atteso da mezzo secolo.

Se a tutto ciò si aggiunge che lo stesso sottosegretario all’Economia con delega ai giochi, Pier Paolo Baretta (nella foto), si mostra “preoccupato” – lui veneziano – delle sorti dei casinò (in particolare di quello della sua città, rientrato di sguincio nel decreto “Salva Venezia”), viene da pensare che forse non c’è più spazio per manovre diversive.

Gianfranco Bonanno