In Primo Piano

L’Italia del gioco rimescola le carte. Nel mazzo anche i casinò

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Meglio tardi che mai. Ci sono voluti quindici anni, e un po’ di danni diffusi, per comprendere e ammettere che la via italiana al gioco d’azzardo altro non era che un vicolo cieco in fondo al quale stato, comuni, lobbisti e consumatori si sarebbero ritrovati tutti insieme a leccarsi le ferite. L’epilogo del gioco pubblico tricolore era scritto dall’origine, ma i soloni della politica e dell’imprenditoria preferivano celebrare il successo planetario del modello italico; giusto qualche buontempone (ovviamente fuori dai giochi) si ostinava a denunciare le nefandezze e gli scempi di una normativa voluta per esclusivi fini erariali e per accordi lobbistici autoreferenziali, rivelatisi infine piuttosto “ingenui”, per dirla con un eufemismo.

Il confronto avviato dal governo in sede di Conferenza unificata Stato-Regioni-Enti locali, così come previsto dalla legge di stabilità, ha fatto segnare passi significativi per la soluzione di guasti ormai inoccultabili. Domani, giovedì 21 luglio, è previsto un ulteriore incontro, in qualche modo conclusivo, per capire quale sarà il reale margine di manovra del sospirato intervento di riordino legislativo diretto, secondo le intenzioni, a riportare nell’alveo della serietà  e della sostenibilità  regole, funzioni e offerta commerciale. Va dato quindi merito all’esecutivo – e al suo rappresentante titolare di delega in materia, il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta – di aver avviato l’iter per la formulazione di un testo legislativo che tiene in debito conto i diversi interessi pubblici “in gioco” (non più solo il vil denaro, ma anche la salute e la tutela del consumatore), e di aver avviato tale iter nella sede più adeguata, quella della Conferenza unificata, con l’intento di porre fine a un interminabile (e dispendioso) contenzioso giurisdizionale che ha provocato pregiudizi finanziari anche all’intera filiera industriale del gioco.

Ecco in sintesi la proposta del governo in tema di gioco pubblico:

Eliminare l’offerta di gioco dai c.d. esercizi generalisti secondari (alberghi, esercizi commerciali, edicole, ristoranti, stabilimenti balneari, rifugi alpini e altri);

Operare una significativa riduzione di AWP nei pubblici esercizi (bar) e nelle rivendite di tabacchi;

Innalzare il livello dei punti gioco introducendo una certificazione di doppio livello (classe A e classe B) ed un rigoroso sistema di controlli;

Considerare valide, in materia di distanze, le decisioni normative adottate finora dagli Enti locali; con la sola eccezione dei punti gioco di tipo A che non sarebbero soggette ai vincoli oggi esistenti in termini di distanze;

Stabilire, in materia di orari, una apertura minima dei punti gioco di 12 ore, la cui distribuzione nell’arco della giornata resta di competenza dell’ente locale;

Inasprire i controlli contro il gioco illegale, attribuendo competenze specifiche anche agli organi di polizia locale.

lmpegnare il Governo all’apertura di un confronto a livello europeo per favorire una legislazione comunitaria omogenea sulla pubblicità .

Prevedere, nelle caratteristiche delle nuove AWP da remoto, interventi tecnologici a salvaguardia del giocatore e di prevenzione e contrasto agli effetti della ludopatia, quali, ad esempio: strumenti di autolimitazione in termini di tempo e di spesa; messaggi automatici durante il gioco che evidenziano la durata dello stesso; abbassamento degli importi minimi delle giocate; eliminazione della possibilità  di utilizzare banconote di valore superiore a X euro nelle VLT; riduzione della vincita massima mediante AWP; aumento dei tempi di durata minima delle singole partite.

Adottare regole ed incentivi per la rottamazione delle AWP che vengono dismesse a seguito sia della riduzione prevista di almeno il 30%, sia della sostituzione con la nuova generazione da remoto.

Valutare l’introduzione, nella prossima legge di stabilità, della riscossione calcolata sul “margine” (al netto delle vincite realizzate dai giocatori), per l’intera filiera del gioco;

Avviare, in collaborazione col Ministero degli Interni e gli Enti locali, una regolazione dell’attuale disciplina dei Casinò, finalizzata a ridurre la frammentazione della attuale diffusione territoriale del gioco.

Quest’ultimo punto, che a noi evidentemente preme maggiormente, è una vera novità. Dopo oltre mezzo secolo, un governo della Repubblica decide di intervenire su una materia considerata un tabù, malgrado le reiterate censure della Corte Costituzionale. A tal riguardo non possiamo che esprimere una doppia soddisfazione: perché si tratta del primo passo verso l’apertura di nuovi casinò; e per la motivazione alla base della decisione, che restituisce credibilità alle nostre decennali osservazioni. Ora si tratta di capire quale sarà  l’architettura che l’esecutivo intende disegnare per un comparto storicamente “autonomo” e assolutamente autoreferenziale.

Sorvolando sui pareri del Viminale, la cui competenza o va estesa all’intero settore del gioco d’azzardo o andrebbe rivista sui casinò, ci permettiamo di consigliare il sottosegretario Baretta di ascoltare gli attuali management casinisti solo ed esclusivamente per questioni tecniche. E di soprassedere sulle indicazioni che gli arrivano circa le location, se non vuole replicare gli errori compiuti da Visco e Bersani. La ratio dei casinò risiede da sempre nella vocazione turistica delle località che li ospitano, di cui incrociano e incentivano le dinamiche produttive. Tenga la barra su questa direzione e ascolti semmai i suoi colleghi francesi, austriaci, sloveni e svizzeri. Ascolti i santi e lasci perdere i fanti.

Gianfranco Bonanno

In memoria di un pasionario

Chi ha speso la sua vita professionale a combattere l’ideologia proibizionista non può esimersi dall’onorare colui che dell’antiproibizionismo è stato l’alfiere. Rendo perciò omaggio a Marco Pannella da questa tribuna, da mezzo secolo voce censoria dell’ipocrisia di Stato e di pregiudizi capziosi, di stolte visioni politiche e di mistificazioni concettuali. Gli rendiamo (insieme con i pochi sindaci rimasti fedeli alla causa) tributo a esequie avvenute: per non confonderci con il conformismo celebrativo dell’ultima ora. I peana intonati al suo corteo funebre non fanno dimenticare l’ostracismo mediatico e politico patito in vita.

Pannella fu uomo di ideali alti e perciò politico per passione, parlamentare per necessità di servizio e perciò denegato a cariche vitalizie. Nulla di nuovo: è il destino dei precursori di idee di giustizia, di verità che rimangono nascoste ai più per una misteriosa inesorabile legge karmica. Nelle battaglie in favore delle libertà – di coscienza soprattutto – non è tanto importante l’oggetto della causa quanto l’effetto stimolante dell’approccio culturale, del metodo. In questo senso la liberalizzazione degli spinelli o dei casinò non sono meno degni di attenzione dei grandi temi civili: ciò che conta è accendere l’intuizione, provocare scintille di consapevolezza. Per illuminare il pensiero e scrostarlo degli archetipi e dei dogmi costruiti per esercizio di potere.

Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere Marco Pannella in occasione di una sua “visione”, immaginifica come tante. Venne a trovarmi in redazione, a Milano. Lui. Non mi convocò nel suo ufficio di Montecitorio come avrebbe fatto un qualunque deputaticchio. Allora, verso la fine degli anni ’90, ero intento a curare la mia creatura: Casino magazine, la prima e unica rivista italiana sulle case da gioco. Un’eresia editoriale che ebbe un certo successo di pubblico e che riuscì a ritagliarsi uno spazio finanche in casa Rai.

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Mi chiamò per nome e ci demmo subito del tu, come fa chi si riconosce per afflato intellettuale e non per calcolo. Inalando nicotina e monossido di carbonio come fosse aria balsamica, mi espose la sua idea: voleva raccogliere fondi per una campagna referendaria nei quattro casinò e, visto che la mia era l’unica testata di settore, forse potevo riuscire a fare qualcosa.  Gli risposi che era più facile convincere Andreotti a farsi una canna. Sorrise e continuò nella sua ingenua elucubrazione. Alla quale opposi la mia: perché i radicali non si intestavano, essi, la battaglia politica a favore dell’apertura di nuovi casinò? A quel punto toccò a lui provocare in me una risata amara. Così, tra viaggi onirici e disincanti, trascorsero un paio d’ore.

Da allora sono passati vent’anni. E il fronte casinò, unica trincea del clericalismo italico ancora invitta, se ha perduto gran parte della sua importanza strategica per l’industria turistica, ne ha assunto tuttavia un’altra forse ancora più incisiva: fungere da barriera contro l’imperversare della fanteria d’assalto (le slot dei bar). Dovevano cadere parecchie anime (e argomentazioni) deboli perché gli ignavi generali pseudolaici ne comprendessero l’utilità. E non è detto che l’abbiano ancora compresa del tutto.

Dedicato a Giacinto Marco PannellaNihil est magnum sommianti. Niente è straordinario a coloro che sognano (M.T. Cicerone)

Gianfranco Bonanno

De Sica: aprite i casinò di Anzio e Taormina!

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Un Christian De Sica in grande spolvero fa proprio l’appello che avrebbe potuto essere del padre, Vittorio, gran giocatore oltre che immenso regista. «Apriteli sti casinò, soprattutto ad Anzio e a Taormina», invoca l’attore da Palazzo Rospigliosi, la prestigiosa sede romana attigua a Palazzo della Consulta (luogo parecchio evocativo per l’Anit…), dove ieri è stato presentato il libro “Gioco pubblico e raccordi normativi”, una raccolta di contributi (tra i quali anche quello dell’estensore di questa nota) che analizza i temi della riserva dello Stato e le competenze concorrenti in tema di gioco pubblico, la questione fiscale e le distanze dai luoghi cosiddetti “sensibili”, le azioni degli organi di controllo, il punto di vista dei comuni e la regolamentazione locale del fenomeno, lo scenario dei casinò tra deroghe e sentenze della Corte Costituzionale.

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Un convegno alto nei contenuti e lepido nella formula, che ha proposto spunti di riflessione in forma lieve eppure efficacissima, sicuramente molto più efficace di quanto il tema non ci abbia abituati finora. L’argomento urticante del gioco pubblico, con tutto il suo portato complesso e problematico, è stato stemperato con la verve di noti personaggi dello spettacolo che hanno saputo dare ritmo e colore a una liturgia convegnistica divenuta ormai stucchevole. Con il risultato che gli stereotipati concetti espressi da relatori spesso autoreferenziali sono “passati” anche nel pubblico meno incline a cogliere le mille sfumature della materia.

Una brava e bella Eleonora Daniele ha modulato sapientemente esposizioni tecniche e narrazioni di vita, aneddotica e speculazione. E così l’approccio al tema della dipendenza da gioco diventa più indulgente attraverso i racconti di Christian De Sica, figlio di un padre “ludopate d’antan” epperò capace di esorcizzare la “malattia” con l’arte sublime dei suoi film. Anche i ricordi effervescenti di Simona Izzo e della passione di sua nonna per il tavolo verde giovano alla causa della rivisitazione in chiave ironica dell’esecrata attività, rivelando la funzione anestetizzante del gioco d’azzardo “di relazione” (quello dei casinò, perché fondamentalmente di questo si è parlato), mentre le esperienze ingenue di Remo Girone (l’indimenticato Tano Cariddi della Piovra) scoprono il tratto magico e “incantevole” della trasgressione e della sua prossemica.

Finanche uno scafato Gianni Letta, presente in sala, ha potuto trarre qualche inedita suggestione ammettendo – lui, compassato Richelieu berlusconiano – che sul gioco «ci sono troppi pregiudizi ed è importante riportare l’informazione nella giusta direzione, per evitare comportamenti erronei». Certo, dichiarazioni di circostanza, ma per uno abituato alla roulette della politica appare come un monito da addetto ai lavori.

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IL LIBRO – “Gioco pubblico e raccordi normativi” è edito dalla Toro edizioni con il supporto e la sponsorizzazione di Novomatic Italia. Gli autori sono di varia estrazione culturale e professionale:  Alessandro Aronica, direttore dei Monopoli di Stato, i professori Giovanni Leone e Livia Salvini, il viceprefetto del ministero dell’Interno Castrese De Rosa, Gianfranco Bonanno, giornalista e sociologo, Francesco Vergine, vicesegretario vicario del Comune di Venezia, e il tenente della GdF Cosimo Nacci.

Gianfranco Bonanno