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Riflessioni Zen per il sottosegretario Legnini

Legnini Mef

Come governare i processi socioeconomici nella babele del terzo millennio? Ci permettiamo di riassumere il tutto in una formula: mettendo l’uomo alla guida dei processi. Esattamente il contrario di quanto accade oggi nella società globale, irretita dalle suggestioni del mercatismo finanziario e dell’innovazione tecnologica.

Qualcuno resterà sorpreso da questo incipit “filosofico” in un articolo dedicato al gioco d’azzardo. Ma siamo sempre più convinti che il tema in questione sia il perfetto paradigma, almeno sul piano culturale e socioantropologico, delle dinamiche che stanno scuotendo il pianeta e dei tormenti arrecati al buon senso da una classe dirigente manifestamente inadeguata a interpretarle. Arriviamo al punto.

Il sottosegretario all’Economia, Giovanni Legnini, ha fatto poche ma evocative esternazioni in merito al futuro del gioco pubblico italiano, terza industria del Paese. Alcune le abbiamo già commentate. Qui vogliamo soffermarci su un altro passaggio: «Il tema vero è quello del gioco online. Le slot machine si ridurranno sia per “mano” della Delega fiscale sia per la crescente appetibilità del gioco via web. Questo porta con sè numerose questioni, come quella delle transazioni fiscali online o delle multinazionali estere che operano attraverso la rete».

Legnini ha centrato il punto (noi lo dicevamo nel 2008), ma sulle soluzioni ai problemi posti da un simile scenario egli tace, ovvero si rimette alle decisioni parlamentari che, in quanto espressioni di un’assemblea in gran parte asservita ai poteri finanziari o, al più, dedita a limitare i danni al cittadino, sono destinate a dissolversi nel magma del pensiero debole. Il discorso vale per qualsiasi ambito di intervento: qui parliamo di gioco, ma il paradigma può essere utilizzato per l’energia, l’ambiente e per tutti i grandi temi del mondo industrializzato.

L’approccio è identico: favorire i consumi di tutto ciò che è consumabile (in genere prodotti e servizi altamente “fidelizzanti”), trincerando l’etica pubblica dietro un generico paravento di invito alla responsabilità. Responsabilità che non significa consapevolezza, l’unica arma per consumare davvero responsabilmente e contrastare le pericolose “assuefacenze” generate dall’evoluzione anti-estetica (nel senso di contro l’Estetica) della nostra epoca. Gli interventi normativi saranno sempre sugli effetti (quando sono conclamati e pronti per essere oggetto di disputa “politica”), mai sulle cause, che impegnerebbero energie forse inesistenti.

Così – dopo la liberalizzazione selvaggia dei giochi nei luoghi più assurdi, come gli stabilimenti balneari, e il perdurante ostracismo ideologico verso i casinò, il solo format industriale adatto a conciliare esigenze pubbliche e iniziativa privata nell’immateriale mondo dell’intrattenimento – oggi l’attenzione del legislatore è sulle dipendenze da Gap (gioco d’azzardo patologico), ovvero sul prevedibilissimo esito di una scelta normativa effettuata sulla base di pure astrazioni contabili.

Le stesse astrazioni individuate per tagliare le unghie al mostro, i cui flussi tributari saranno praticamente assorbiti dalla spesa sanitaria, provocando gli appetiti di una diversa platea di “gestori” e nuove occasioni di speculazione. Le mistificazioni (dolose o colpose) fin qui usate dal legislatore per imbellettare il mostro restituiscono i segni di un deficit progettuale che è insieme dimostrazione di insipienza e cinismo.

Il gioco made in Italy ha un’impronta marcatamente finanziaria; e la finanza lascia sempre morti sul campo. Sui registri delle holding dell’azzardo non figurano i costi sociali;  la Delega ridurrà il numero degli apparecchi solo perché il bilancio pubblico costi-ricavi nel settore è ormai praticamente neutro e i consumi (non solo di giochi) si spostano verso il non luogo della rete, salvo riallinearsi successivamente come dimostrano i dati in costante flessione nel segmento del poker online, i cui utenti, dopo la sbornia iniziale, sono più attratti dagli eventi live nei casinò che dalle room virtuali, diventati strumento propedeutico per partecipare ai primi.

Il legislatore italiano ha nella Delega fiscale lo strumento per ridisegnare davvero l’architettura di un comparto produttivo tra i più sensibili e caratterizzanti della globalizzazione, a patto che sappia e voglia guardarlo con lungimiranza e onestà intellettuale, magari coinvolgendo esperti di varie discipline e non lobbisti di professione.

Come dicono i buddhisti Zen, basta un dito a indicare la luna, ma non ci si deve più preoccupare del dito quando si è individuata la luna. Qui invece c’è da preoccuparsi perché la luna è ben lungi dall’essere individuata. Qualche player ha capito l’antifona e ha già concordato un’uscita soft dal sistema italico, un po’ come la Fiat di Marchionne. La recente fusione da 4,7 miliardi di euro tra Gtech (ex Lottomatica) con l’americana Igt, leader nel segmento dei social games e delle slot da casinò, va letta anche in quest’ottica. Senza dire che la newco sarà di diritto inglese, quindi assoggettata al fisco di quel Paese.

Ora che rispetto al gioco d’azzardo è finalmente passata l’idea antiproibizionista, la politica italiana si trova a un bivio: insistere nel favorire un circuito finanziario indistinto che guarda al gioco d’azzardo come al trading di borsa, oppure puntare a un modello economico di offerta di intrattenimento capace di innescare ulteriori dinamiche produttive sul territorio e nel quale trovino maggiore spazio tipologie di gioco a vocazione relazionale e aggregante. Un siffatto modello di gioco pubblico risulterebbe ancora più equilibrato se, oltre a postulare un’integrazione dei prodotti tra rete fisica e realtà virtuale, fosse inserito in un’idea complessiva di economia turistica, alla quale apporterebbe valore aggiunto (lasciando al contempo margini di verecondia al legislatore). Ma per arrivare a questo ci vorrebbero dei visionari, dei politici Zen. 

Gianfranco Bonanno

Eppur si muove…qualcosa!

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L’Arci della Val d’Aosta ha chiesto al Consiglio regionale di potere essere sentita, insieme ad altre associazioni, per dire la sua sui due disegni di legge in materia di gioco presentati dai gruppi di maggioranza e minoranza. Cosa vuole dire Arci, per l’occasione solidale con Legambiente e addirittura con Libera di don Ciotti? «Vogliamo contribuire fattivamente all’elaborazione di un’efficace regolamentazione che riporti il gioco nei luoghi tradizionali, ossia il casinò, dove vige la massima trasparenza rispetto ai soggetti coinvolti nel business delle slot e vi è una posizione più chiara e netta rispetto a divieti e pubblicità». Per noi dell’Anit e per chi scrive, questa è ovviamente manna per le orecchie. E se non fosse per quel “sospetto” collegamento (Val d’Aosta-casinò di Saint Vincent) e per la dimensione localistica dell’iniziativa, dovremmo riaprire i nostri cuori (e le nostre menti) alla speranza.

Speranza sollecitata anche da un altro lampo improvviso, questa volta di provenienza governativa. «Sul gioco, in questi anni, sono state fatte scelte i cui effetti non sono stati valutati appieno e noi siamo chiamati a mettere ordine. La via maestra è la Delega fiscale, attraverso la quale possiamo riscrivere tutte le norme sul settore». Firmato Giovanni Legnini, sottosegretario all’Economia con delega ai giochi.

Anche questa affermazione – apparentemente favorevole alla nostra tesi che, per ridurre la portata di quegli effetti, occorre localizzare l’offerta del gioco d’azzardo nei luoghi “fisiologici”, i casinò, provvedendo ad autorizzarne l’apertura nelle maggiori località turistiche, in misura di almeno due per regione - anche questa affermazione, dicevamo, è destinata al girone dell’ambiguità. Primo perché nel corso di mezzo secolo abbiamo dovuto constatare che la parola “casinò” è impronunciabile in Italia per un evidente deficit culturale prima che politico; secondo perché il sottosegretario, per evitare la sovrapposizione delle norme contenute nell’articolo 14 della Delega fiscale con quelle previste nel ddl sul gioco patologico, in fase di limatura in commissione Affari sociali della Camera, ha suggerito di stralciare la parte regolatoria del provvedimento, invitando i deputati a concentrare gli sforzi sugli aspetti socio-sanitari della dipendenza da gioco.

Questa mossa potrebbe voler dire due cose, con conseguenze opposte. Se si considera che il ddl Binetti sulle ludopatie, in dirittura d’arrivo nell’Aula di Montecitorio, ha in qualche modo recepito le indicazioni della proposta di legge popolare di Legautonomie (cui l’Anit ha apportato la nozione di “casa da gioco” e differenziazioni tra queste e le sale gioco) e dei principi espressi da Anci, il fatto di epurare dal provvedimento l’architettura normativa non autorizza grandi aspettative. Se, al contrario, le citate indicazioni hanno lasciato il segno in qualche sensibilità politica, allora il tuono dalla Val d’Aosta e il lampo da Roma potrebbero anche annunciare un temporale. Resta il timore che, vista la stagione, si tratti di temporale estivo. In ogni caso, qualche goccia di pioggia sembra cadere sull’arido terreno della politica degli zombi.

Gianfranco Bonanno

C’è gioco e gioco, arrivano i distinguo. Finalmente

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Per aiutare i malati bisogna conoscere meglio i giochi. Questo il concetto che ha ispirato alla Toro edizioni il seminario “C’è gioco e gioco” in programma lunedì 7 al Circolo della Stampa di Milano, al quale anche l’Anit porterà il suo consolidato contributo di conoscenze. Slot e videolottery si somigliano ma funzionano in modo molto diverso; e se il bingo è il favorito degli anziani, le casalinghe sembrano attratte irresistibilmente dal gratta e vinci. Insomma, come sottolinea Matteo Iori, presidente di Conagga (Coordinamento nazionale gruppi per giocatori d’azzardo), capire i diversi gradi di seduzione dei vari giochi e i relativi meccanismi di sviluppo di dipendenza, aiuta il legislatore a intervenire in maniera più efficace sul problema.

A fronte della miriade di provvedimenti locali e regionali – che peraltro contrastano con il principio di riserva normativa attribuito allo Stato – il gioco problematico rappresenta oggi uno dei problemi più evidenti a livello sociale e sociosanitario, grazie soprattutto alla diffusione autorizzata e sostenuta dal legislatore a partire dall’anno 2000.

Ben venga, dunque, una simile occasione di confronto, che invita a ragionare sulla questione partendo proprio da quelle considerazioni tecniche delle distinte categorie di gioco, che abbiamo sempre indicato (vedi Dossier del 2008) come pregiudiziale per un dibattito obiettivo sulle cause di dipendenza e, in ultima analisi, sull’opportunità di localizzare i prodotti di gioco nelle strutture a ciò vocate. Un esame di questo tipo non può che portare alla constatazione che i cosiddetti giochi da tavolo – quelli disponibili nei casinò – sono senz’altro a più bassa incidenza di Gap (gioco d’azzardo patologico), mentre i giochi automatici, così come quelli istantanei, sviluppano un più alto tasso di addiction. Allo stesso modo, un esercizio pubblico come un bar non può offrire quelle garanzie di controllo e di intervento professionale che sono la prassi in un casinò.

Durante la giornata di studio saranno messi a confronto i dati delle ricerche del Cnr, che ha osservato il comportamento degli Italiani riguardo alle dipendenze, e l’esperienza dei Sert, i servizi delle Asl che curano le dipendenze, per capire come realmente si stia sviluppando il fenomeno del gioco in Italia e quali siano le migliori strategie per combatterne le derive. Concluderà l’incontro una discussione aperta con gli amministratori pubblici del territorio, oggi in prima linea nella complessa battaglia. Anche in questo caso, l’Anit potrà illustrare i risultati emersi dal lavoro svolto nei tavoli tecnici costituiti in Anci e in Legautonomie.

Ecco il programma completo del seminario: Seminario Invito

Gianfranco Bonanno