In Primo Piano

La rivoluzione fiscale fa tappa nelle gaming hall

palazzo Chigi

E’ probabile che al prossimo Consiglio dei ministri la montagna partorisca il topolino (l’ennesimo). Il 20 febbraio è il giorno fissato dall’esecutivo per procedere all’esame dei decreti legislativi collegati alla Delega fiscale, tra i quali figura il provvedimento sul gioco pubblico (112 articoli ancora però in forma di bozza) che dovrebbe riscrivere la disciplina dell’intero sistema. Stando ad alcune indiscrezioni di stampa, vi sarebbero grosse novità in proposito. Misure che se davvero dovessero rientrare nel disegno governativo, segnerebbero il primo passo verso i sospirati casinò (o comunque li si voglia chiamare).

Vediamo perché. Innanzitutto sgombriamo il campo dalle inesattezze della stampa generalista (in questo caso è Il Messaggero) dove si legge di una “riserva statale” che il governo intenderebbe applicare su tutti i giochi. In questa materia  la “riserva statale” opera già, anzi è il principio giuridico sul quale si fonda il regime concessorio che disciplina il comparto del gioco pubblico e, per vie traverse, anche i casinò. E’ probabile che il quotidiano romano volesse riferirsi a qualche tentazione dell’esecutivo di accentrare nelle sue mani ogni potestà normativa, in particolare in tema di requisiti delle sale e loro distanza dai luoghi sensibili, facendo carta straccia dei vari regolamenti comunali e territoriali che “intralciano” la finanza ludica.

Ma la parte più ghiotta del testo in nuce riguarderebbe la “rivoluzione” delle gaming hall, quelle strutture che noi proponiamo da una decina d’anni perfino con lo stesso nome. In questa tipologia di sale – che altro non sarebbero che gli “ambienti dedicati” di aquilana memoria con in più l'”accesso controllato” –  verrebbero autorizzati gran parte dei giochi sul mercato. Le slot machine – vero nodo gordiano dell’azzardo di stato – sarebbero invece destinate ad altri esercizi commerciali, provvisti però di apposite sale separate e anche queste sorvegliate.

Limiti e contingentamenti, dunque. Il governo sembrerebbe intenzionato a procedere sulla strada della localizzazione dell’offerta di gioco per contrastare la diffusione delle dipendenze. E, come sosteniamo da sempre, questa strada passa ovviamente dal modello casinò, di cui le gaming hall sono il naturale succedaneo. Ma allora, perché non intervenire anche sulle tipologie di giochi, unica vera linea di demarcazione tra un format e l’altro? Potrebbe essere il prossimo passo, meno azzardato di quanto sembri. Poiché favorirebbe la pratica di giochi più “relazionali” come i giochi di carte (con significativa incidenza sul fenomeno gap), meno assuefacenti di quelli elettronici.

Se poi Renzi e compagni volessero fare il Grande Passo, potrebbero decidere che le concessioni delle gaming hall siano rilasciate dai singoli Comuni in cambio di un equo compenso per il disturbo e a titolo risarcitorio per la riduzione dei trasferimenti di risorse. Questa sì che sarebbe una vera rivoluzione.

Gianfranco Bonanno

Sanatoria Ctd, il governo passa all’incasso. Per ora

Unknown

Un nuovo, pericoloso scenario si sta profilando in questi giorni per il gioco pubblico. Alla scadenza del termine di adesione alla sanatoria, prevista nella legge di Stabilità a favore dei bookmakers esteri privi di concessione italiana, i Ctd (centri di trasmissione dati) finora regolarizzati sono circa duemila; altrettanti dovrebbero aggiungersi nei prossimi giorni. In totale, gli operatori disposti a conciliare sono attualmente quattro (per poco meno di quattromila punti vendita); alcuni stanno ancora alla finestra in attesa di chiarimenti dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli; altri, tra cui Stanleybet, la compagnia inglese che in tema di gioco ha dichiarato guerra continua allo Stato italiano, perseverano nella loro linea intransigente preferendo ingrassare gli avvocati e non l’italico erario.

Il quale erario, ad oggi, termine ultimo per aderire alla sanatoria, ha incassato una ventina di milioni freschi freschi, e altrettanti prevede di introitarne entro febbraio. Il governo stima (con la legge di Stabilità) di raccogliere complessivamente nell’anno in corso oltre 250 milioni di euro dai “nuovi contribuenti” attraverso l’imposta sulle giocate. Nella Delega fiscale, attesa entro fine febbraio, saranno poi applicate nuove e più onerose aliquote in capo all’intera filiera del gioco pubblico.

Un bel risultato, non c’è che dire. Solo, però, se si guarda all’aspetto fiscale. Perché, in cambio della regolarizzazione, gli operatori redenti avranno la possibilità di installare nei propri locali anche le famigerate slot machine, vlt comprese. Ed è proprio qui che si delinea lo scenario pericoloso cui si accennava prima. Questi punti vendita, finora adibiti solo alla raccolta delle scommesse, diventeranno prevedibilmente veri e propri minicasinò multitasking, visto che potranno offrire ogni genere di gioco d’azzardo legale attraverso i vari canali di raccolta, fisica e web.

Ma il condono non è solo un’operazione di cassa. E’ un disegno più ampio poiché permette di superare elegantemente le criticità delle slot nei bar, dando allo stesso tempo ai concessionari delle macchinette l’opportunità di ricollocare la loro preziosa merce in ambienti definitivamente e completamente “dedicati”. Per usare una metafora scacchistica, trattasi di “arrocco di Stato”. Ne riparleremo quando le sale democrat entreranno nell’infernale girone del Gap.

Gianfranco Bonanno

Lombardia “incasinata”, S.Pellegrino e Campione le due facce della medaglia

sanpellegrino

L’ingranaggio della controinformazione non si arresta mai. Il meccanismo è vecchio come il cucco; e ha sempre funzionato. Si utilizza in varia guisa ora la denigrazione in chiave mediatica ora la dissuasione per via giudiziaria. In Italia – paradigma di un laicismo che nulla ha da invidiare all’Inquisizione – per scoraggiare sul nascere iniziative politiche scomode per lo status quo, si preferisce far ricorso a entrambi: non si sa mai fallisse una. Magistratura e media intervengono puntualmente in funzione di supplenza del decisore istituzionale per eccellenza, il Parlamento, soprattutto quando il tema è di quelli urticanti come, ad esempio, i casinò.

Negli ultimi giorni la cronaca politica e giudiziaria lombarda si è arricchita di episodi la cui coincidenza temporale lascia ampio spazio al retropensiero, autorizzando le più disparate congetture. Un mefistofelico fil rouge lega la Val Brembana – dove il sindaco di S.Pellegrino è riuscito a far approvare dal Consiglio regionale, sia pure con una maggioranza risicata, una mozione per la riapertura dello splendido casinò – all’exclave di Campione d’Italia, dove la Guardia di Finanza, su ordine della Procura di Como, ha notificato quattro avvisi di garanzia ad altrettanti manager della casa da gioco (due di essi sono anche consiglieri comunali di maggioranza) per presunti reati di riciclaggio e peculato. Un quinto avviso è stato recapitato a un porteur (procacciatore di clientela) palermitano, Michele Maiorana, collaboratore del casinò, non nuovo a questo genere di inchieste.

Nel primo caso, la mozione approvata rappresenta un passaggio solo simbolico del complesso iter per la riapertura della prestigiosa struttura (nella foto il salone d’ingresso). Ma trattandosi di un segnale potenzialmente “contagioso”, il sospetto di un soffocamento in culla è lecito. Nel secondo caso, è sorprendente constatare come l’inchiesta della procura di Como coincida, non solo con la rivendicazione della classe politica regionale di una casa da gioco nella cittadina termale, ma anche con la richiesta, per il momento annunciata, da parte del Comune di Campione d’Italia al ministero delle Finanze di un intervento straordinario di trenta milioni di euro per far fronte alla grave situazione determinatasi nell’exclave a seguito della decisione della Banca centrale svizzera di abbandonare il cambio fisso franco-euro.

Vi è da notare, peraltro, che il sospetto di connivenza tra management dei casinò e porteur a fini di riciclaggio è questione antica. E spesso, dopo averne approfondito le dinamiche di funzionamento, il tutto si è dissolto in una bolla di sapone. Quella dei porteur (o rabatteur) è un’attività, anche molto remunerativa, fatta di luci e ombre. Per questo è disciplinata ovunque (da noi ci si deve districare, come al solito, tra mille interpretazioni giuslavoristiche) con specifici contratti di prestazione che, negli Usa per esempio, prevedono l’acquisizione di informazioni fino al terzo grado di parentela del collaboratore. Questo non esclude eventuali “deviazioni”, ma in Italia a fare questo lavoro sono al massimo una cinquantina persone. Non dovrebbe essere difficile per il Grande Fratello controllarne mosse e frequentazioni e magari prevenirne anche fattispecie di reato.

Invece, le dinamiche da noi prevedono nell’ordine: allarme, inchieste, processi, assoluzioni, rientro dell’allarme fino a nuova alzata di testa di qualche buontempone che si diverte a lanciare sfide all’ordine costituito. Di affrontare la questione nelle sedi competenti – leggi Parlamento – non se ne parla proprio. Almeno fino a quando funzionano i vecchi sistemi di dissuasione.

Gianfranco Bonanno