In Primo Piano

Nuovi casinò più vicini, ma acqua in bocca!

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C’è una frase che, in questi giorni, circola con insistenza nelle paludate stanze della politica, un’espressione molto indicativa degli umori che impregnano il tema del gioco pubblico: razionalizzare senza preconcetti ideologici. Per chi segue la questione da trent’anni, queste parole significano una sola cosa: che l’obiettivo nuovi casinò è vicino. Quale ambito del variegato mondo ludico, infatti, è da sempre oggetto di pregiudizi se non i casinò? Il linguaggio politico è chiaro nelle sue perifrasi e, nel rispetto dei ruoli istituzionali, propone scenari che sono ormai qualcosa in più di una suggestione.

Il più diretto è il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta. In un’intervista rilasciata ad “Affari&Finanza”, l’inserto del quotidiano la Repubblica in edicola ieri, l’esponente di governo delegato alla materia osserva con pragmatismo: «Le case da gioco sono da un lato in crisi e dall’altro tutte concentrate in un’area geografica, mentre c’è stata una proliferazione eccessiva di macchinette sull’intero territorio. E’ il momento di razionalizzare. Se si fa questa riflessione non si può escludere anche la revisione della materia “casinò”». «Questo non significa dare mano libera all’apertura di casino in tutto il paese – precisa Baretta –; sarebbe dannoso e non è assolutamente nei nostri piani. Ma anche questo settore va ripensato, un po’ come si sta facendo per l’ippica». Non mancano riferimenti all’attuale assetto dell’industria del gioco lecito, che coincidono esattamente con quanto abbiamo sempre pensato e detto: «attualmente ci sono troppi concessionari e troppi gestori, il mercato necessita urgentemente di forme di aggregazioni che darebbero al settore un aspetto più industriale».

Il senatore Franco Mirabelli (nella foto), primo firmatario del disegno di legge sul quale sta per essere avviata la discussione in Commissione Finanze, spiega all’agenzia di stampa Il Velino: «Sarà l’occasione per un ampio approfondimento dei temi legati al gioco fuori dalla semplificazione a cui spesso ci costringe il dibattito politico e il confronto ideologico». Il testo del parlamentare piddino è considerato il punto di partenza per una riforma organica del settore del gioco, per la cui definizione sono previste audizioni (tra le quali la nostra) di tutti i soggetti interessati alla questione.

Infine, ma non ultimo, il presidente della Commissione Finanze del Senato Mauro Marino, il quale, sempre a Il Velino, ribadisce: «Ora cerchiamo di ragionare nei termini di maggior dialogo nei confronti di tutti. Ho trasmesso a tutti i capigruppo l’elenco dei soggetti da audire che mi ha mandato il senatore Mirabelli e, appena pronto l’elenco definitivo, lo sottoporrò all’ufficio di presidenza. Poi si parte».

Insomma, il dado sembra essere ormai tratto, anche se l’esperienza insegna che in casi come questo la cautela è d’obbligo. Ma questa volta c’è un segnale che induce a maggiore ottimismo. Arriva dalla casta “avversaria”: Federgioco, la rappresentanza dei quattro moloch pubblici, sente il dovere di esprimere tutta la sua contrarietà circa la ventilata apertura di nuove case da gioco. E’ il segnale più convincente. Quando il cane abbaia, vuol dire che ha sentito rumori.

Gianfranco Bonanno

Gioco d’azzardo, è l’ora di Regioni e Comuni

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Tutti uniti contro il gioco d’azzardo. O almeno contro questo tipo di gioco d’azzardo. Governo, presidenti di Regione e rappresentanti delle Autonomie locali si sono trovati stamani a Milano, nella sede della Regione Lombardia, per ragionare insieme sul futuro del gioco pubblico, dando così vita al primo dei dibattiti preliminari in vista della Conferenza unificata dalla quale, il 30 aprile, dovrebbe uscire la soluzione ai guasti del settore.

Gli enti locali difendono a spada tratta le norme messe in campo per contrastare la diffusione dell’azzardo sui rispettivi territori. E per far valere il comune sentire, hanno varato un Manifesto al quale hanno aderito, per il momento, sette regioni: Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Campania, Basilicata e Puglia.

Il sottosegretario all’Economia con delega alla materia, Pier Paolo Baretta, ha ripetuto il mea culpa sugli errori del passato e ha ribadito la linea d’azione del governo: ridurre nei prossimi tre anni il numero delle slot in circolazione (dalle attuali 378 mila a 265 mila), così come previsto nella legge di Stabilità; assicurare il controllo da remoto di tutte le macchinette di tipo Awp (le cosiddette comma 6a); fissare un criterio univoco di dislocazione delle stesse, per esempio in base al numero di residenti.

Attesi gli interessi “in gioco”, e alla luce di quella che si presenta come una “competizione istituzionale” più che politica, si può facilmente prevedere come finirà: un compromesso sulle competenze e una “exit” regolata e graduale dell’industria di settore, alla quale si toglierà via via senso economico. Ricordate il bingo? Quando ne fu annunciata la liberalizzazione da uno dei più importanti leader politici italiani, tutti corsero ad aprire sale in nome del business. Peccato che, assolto il compito, i concessionari furono liquidati con un arrivederci e grazie.

In realtà, i nostri decisori politici non hanno mai considerato il gioco d’azzardo come un’autentica attività produttiva, propulsiva di sinergie economiche e di opportunità occupazionali. Ecco perché un suo riordino complessivo, che pure incomincia ad essere invocato a più voci, appare complesso e irrealizzabile. Ed ecco perché continuiamo ad avere due modelli di gioco d’azzardo, tra loro diversamente regolati: quello pubblico dei concessionari e quello “pubblicistico” dei casinò.

Se ci fosse una visione di sistema, Regioni e Comuni, proprio in nome delle proprie autonomie, dovrebbero non tanto reclamare il diritto a fissare distanze e orari delle sale gioco (o la possibilità di gestire “risorse sanitarie”), quanto che sia loro data l’opportunità di organizzare l’offerta sui rispettivi territori integrandola con le peculiari economie. La vocazione turistica è senz’altro uno degli elementi di valutazione. Se si parte da questo punto, il mare visto dal mare è completamente diverso che visto dalla spiaggia.

Gianfranco Bonanno

Austria e Italia, le due facce del gaming europeo

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Un’alleanza strategica per affrontare le grandi sfide del gaming globale. L’esempio di come le partnership tra i diversi operatori del gioco siano oggi non solo possibili ma necessarie, arriva dalla piccola Austria, dove Novomatic, colosso delle slot e dei giochi da casinò, e il gruppo ceco Sazka, attivo nel comparto delle lotterie e dell’online, hanno formato una joint venture per rilevare il pacchetto di controllo di Casinos Austria, la società che gestisce i dodici casinò austriaci (ubicati in località turistiche) e ha partecipazioni in diverse case da gioco del pianeta, dal Canada all’Australia. Il tutto è avvenuto con la benedizione del ministro delle Finanze austriaco, Hans Jörn Schelling, promotore dell’operazione.

Alla nuova compagine andrà il 51% delle azioni (allo stato attuale 40% in capo a Novomatic, 11% a Sazka), mentre lo Stato manterrà un terzo delle quote, così come gli altri piccoli azionisti, tra i quali la Banca etica Schelhammer & Schattera, partecipata direttamente (almeno fino a un anno fa) dalle principali istituzioni religiose ed ecclesiastiche del Paese. La governance sarà definita entro l’anno in corso.

Si chiude così un’operazione iniziata gia da qualche tempo, diretta a ottimizzare l’assetto societario di Casinos Austria nell’attuale difficile congiuntura e ad attrezzarla per la competizione sempre più agguerrita sui mercati interni e internazionali. Soddisfatti i due chief executive, Harad Neumann di Novomatic, e Štěpán Dlouhý di Sazka, che si dicono pronti a integrare le rispettive risorse a vantaggio di un know-how a 360 gradi.

«Se non puoi vincere il nemico, allora fattelo amico». Esemplare il commento di Neumann alla firma dell’accordo, che ricorre al celebre aforisma di Enrico IV d’Inghilterra per spiegare i motivi dell’operazione. Così pensano e agiscono imprese e decisori istituzionali nel resto d’Europa. Da noi, dopo una quindicina d’anni di “regolazione”, dovranno essere definiti, entro il 30 aprile in sede di Conferenza unificata Stato-Regioni, i criteri per la distribuzione territoriale delle macchinette e le caratteristiche dei punti di vendita del gioco pubblico. Mentre i casinò continuano a rimanere esclusi dal dibattito, in quanto gioco “diversamente pubblico” da settant’anni appannaggio di soli quattro comuni.

Gianfranco Bonanno