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Renzi frena sui giochi. Ma forse è un bene

Renzi frena sui giochi

Tutto secondo copione. Sui temi “interessati”, quelli che toccano la tasca pubblica, il Rottamatore preferisce la vecchia politica, quella dilatatoria. E’ accaduto ieri con il tanto atteso decreto sui giochi, considerato uno dei tasselli portanti della Delega fiscale, che non entra nella fase attuativa e viene rimandato a settembre, o a fine anno, quando si discuterà dell’altro tormentone: la legge di Stabilità. «Il dibattito sulla materia non era maturo – ha chiosato il presidente del Consiglio – e non ci sembrava il caso di aprire un decreto legislativo su questo singolo tema. Utilizzeremo il positivo lavoro svolto sui giochi per ulteriori interventi sia nella legge di Stabilità che altrove».

La notizia non coglie di sorpresa i veterani della materia. Anzi, era abbastanza prevedibile visto che – al di là degli specifici temi dei casinò e dell’ippica – la febbrile rielaborazione dei testi, in particolare su aspetti quali la fiscalità, la pubblicità e le competenze giuridico-amministrative, lasciava immaginare la difficoltà di raggiungere un’intesa. Queste ultime, in particolare, nonostante la riaffermazione del principio di riserva statale in tema di gioco pubblico, continuano a essere oggetto di un irrisolto contenzioso istituzionale tra governo, regioni e comuni a causa delle attribuzioni in materia di sanità e di sicurezza urbana riservate agli enti territoriali.

Anche per fare ulteriormente luce su questi aspetti, forse la decisione di rinvio del decreto delegato sui giochi non è del tutto peregrina. E darebbe ancora agio di trovare una soluzione “quadro” per l’intero settore. La riorganizzazione dei giochi pubblici non è obiettivamente semplice nell’attuale bailamme normativo, ma sarebbe impossibile senza un grande sforzo da parte di tutti i soggetti in causa. L’industria ha dimostrato, nell’occasione, di essere dotata di “intelligenza politica” rinunciando a un quarto dei suoi strumenti produttivi (la riduzione di centomila slot), ma il passo decisivo deve farlo il governo attraverso un atto di coraggio, di cui la proposta del sottosegretario Baretta sull’apertura di filiali regionali dei casinò è un promettente accenno.

Occorre insistere su questa strada, cercando di sensibilizzare e coinvolgere nel progetto le altre forze di governo. Assodata la limitazione del parco macchine, sancito il principio di localizzazione delle Vlt (in proposito soccorre la legge Abruzzo sugli “ambienti dedicati”), ci sono le condizioni per disegnare uno scenario che consentirebbe di superare d’un fiato tutti gli altri ostacoli: leggi locali su distanze e ludopatia.

La soluzione, adattando alle esigenze italiane il modello svizzero, potrebbe consistere nel prevedere due categorie di offerta: i casinò, riservati alle località a prevalente vocazione turistica, dove è consentito l’esercizio di tutte le tipologie di giochi; le gaming hall, autorizzate nelle città a maggiore densità abitativa, dove sono praticabili solo giochi elettronici e digitali (e magari anche il bingo). Le scommesse sportive (comprese quelle ippiche), se proprio non possono essere ricondotte nei due format, potrebbero continuare a essere esercitate nelle attuali sale, dove installare anche gli apparecchi a vincita limitata.

Nell’uno e nell’altro caso, fermo restando il sistema concessorio, le procedure autorizzative coinvolgerebbero anche Regioni e Comuni mediante una previsione normativa che distingue tra concessioni di sito e concessioni di gestione. Alle amministrazioni locali è riconosciuta una royalty sugli incassi con obbligo di destinazione a scopi di pubblica utilità (ciò serve anche a compensare la riduzione dei trasferimenti dallo Stato), mentre all’Erario vanno le varie entrate tributarie, dalle quali si potranno attingere risorse per il rafforzamento delle azioni di contrasto all’illegalità. E questo servirà come contropartita a chi oggi ha difficoltà a rinunciare al gettito dai casinò e perciò si oppone a ogni cambiamento.

Un siffatto scenario avrebbe un senso perché legato a una concezione sociale del gioco d’azzardo (vedi il recente rapporto della Commissione federale delle case da gioco elvetiche), nella quale gli effetti indesiderati (Gap e illegalità su tutti) potrebbero essere gestiti con maggiore efficacia, salvaguardando imprese e gettito fiscale e innescando processi economici con ricadute dirette sui territori.

Gianfranco Bonanno

Riforma dei giochi, parole e (retro) pensieri

palazzoneMEF

Il gioco pubblico tiene banco questa settimana. Sette giorni fitti di appuntamenti. E di parole. Domani sono in programma a Roma due convegni: un seminario organizzato dalla Toro Edizioni nell’ambito del progetto “C’è gioco e gioco” sul tema Norme locali e leggi nazionali: compatibilità e conflitto con la riserva di Stato nel gioco pubblico; e un’assemblea aperta organizzata dall’Associazione Nazionale Sapar e dalla neonata Federazione Nazionale Gioco Pubblico sul tema Riorganizzazione della filiera del gioco: modalità e nuovi istituti. Al primo evento sarà presente anche l’Anit con un intervento su Casinò: un gioco “diversamente pubblico”? Lo scenario tra deroghe e sentenze della Corte Costituzionale.

 

Intanto è appena terminato al Mef il tavolo tecnico voluto dal sottosegretario Pier Paolo Baretta in materia di casinò. L’avvio dell’interlocuzione tra le parti causa – Economia, nella doppia veste di ministero e Agenzia delle dogane e dei monopoli, e Interno, in qualche modo anch’esso nella duplice funzione di amministrazione dello stato e “tutor” dei quattro casinò, rappresentati da Federgioco – è di per sé un buon segnale. Non foss’altro perché rappresenta una novità assoluta nell’ingessato panorama istituzionale italiano. Ma non possiamo non notare che alla riunione di oggi il Viminale era rappresentato da due prefetti, ovvero da due burocrati seppur di alto rango, e non dal sottosegretario Gianpiero Bocci (non è un refuso, si scrive con la “n”…), cioè dall’esponente politico delegato alla materia.

Si dirà: trattandosi di un tavolo tecnico, sono stati inviati dei tecnici. Vero. Ma tutti gli addetti ai lavori sanno che la questione casinò si gioca prioritariamente sul terreno politico; e che gli aspetti tecnici, anche quelli di ordine procedurale, vengono valutati “per li rami”. E’ perfettamente inutile dibattere sulla percorribilità della legge delega quale strumento di intervento sui casinò se non vi è una accertata volontà politica di risolvere (non solo di affrontare) l’argomento. Del resto, per tutto ciò che attiene all’ermeneutica giuridica, operano in ogni dicastero uffici legislativi i cui tecnici (magistrati in genere) si preoccupano di fornire consulti e di tradurre in forma di testo normativo la volontà del legislatore, che è appunto di carattere politico.

Ecco perché l’assenza del sottosegretario al tavolo tecnico appare come una nota stonata nel concerto orchestrato dall’on. Baretta. A meno che l’on. Bocci, con tutte le beghe che in queste ore investono il suo ministero, non sia stato impedito da causa di forza maggiore. Ci auguriamo che sia così. E che il dialogo prosegua sui binari giusti, scrivendo un finale lieto a una commedia tipicamente italiana.

Gianfranco Bonanno

Gioco pubblico, una rivoluzione annunciata?

Renzi-alla-Leopolda

La dead line per il “nuovo” gioco pubblico si sta avvicinando ma i “giochi” politici sono ancora in alto mare. I testi che dovrebbero riscrivere la normativa del settore sono rigorosamente provvisori, tranne che su alcuni punti – riduzione delle slot, salute pubblica e pubblicità –  sui quali l’approccio demagogico mette d’accordo tutte le forze politiche. Ci si incontra, si discute, si fanno prove tecniche di persuasione (o di dissuasione, a seconda dei casi): insomma, si tenta di trovare “la quadra” per dirla in un italiano alla Bossi.

I concessionari spingono per riaffermare il principio di “riserva statale” in materia di gioco pubblico (ma non esiste già?) per sgombrare il campo dalla mille leggi e leggine partorite dalle amministrazioni periferiche, mentre gli enti locali – Comuni e Regioni – rivendicano una partecipazione effettiva ai processi decisionali, in particolare su sicurezza urbana e distanze minime e, naturalmente, sugli aspetti socio-sanitari, forse l’ultima vacca grassa rimasta in questa fattoria italo-orwelliana.

Sullo sfondo, “la questione” per eccellenza: i casinò. Per domani, martedì 16, è stata convocata la prima riunione del tavolo tecnico voluto dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, che vedrà confrontarsi Economia, Monopoli, Interni e Federgioco, la rappresentanza dei quattro casinò. L’idea di Baretta è nota: accorpare sotto un’unica cabina di regia – pubblica o semi-pubblica –  le attuali quattro maison e magari anche quelle in perenne stato d’attesa, Taormina su tutte. Una soluzione strutturale che consentirebbe di avviare un autentico modello di leisure e di integrazione con il sistema turistico, sull’esempio di quanto accade in altri paesi europei, e di dare finalmente risposta a quelle due sentenze della Corte Costituzionale disattese da oltre trent’anni, che rimangono senza dubbio un insuperato esempio di scempio del diritto.

I nodi da sciogliere sono tanti, a partire dalla congruità stessa dello strumento legislativo, la legge delega. Tuttavia, la “svolta” potrebbe avvenire davvero nei prossimi mesi. I segnali ci sono; vedi anche l’enfasi della sottosegretaria all’Economia Paola De Micheli, prossima destinataria della delega ai giochi dopo la conclusione dell’iter di riforma, a «non voler più considerare il gioco pubblico come un bancomat a cui rivolgersi ogni volta che si ha bisogno di fare cassa», come ha sottolineato in una recente intervista alla rivista Gioco News. Il concetto è stato ribadito dallo stesso Baretta, il quale, pur riconoscendo l’importanza delle entrate dal comparto (8 miliardi, mezzo punto di Pil), ha ammesso che l’approccio dovrà essere diverso.

Questa inversione di rotta non soltanto rende omaggio al vecchio adagio secondo cui non si possono fare le nozze con i fichi secchi, ma introduce scenari nuovi, dove l’elemento erariale, pur non trascurabile, non è più l’unico a condizionare le strategie di offerta e le stesse scelte di mercato. Il che “apre” naturalmente anche alla nicchia casinò, che in cambio di un più esiguo apporto alla fiscalità generale assicura tuttavia un minor impatto sotto il profilo socio-sanitario sui territori, apportandovi al contempo ricadute dirette, economiche e occupazionali.

Gianfranco Bonanno