In Primo Piano

In memoria di un pasionario

Chi ha speso la sua vita professionale a combattere l’ideologia proibizionista non può esimersi dall’onorare colui che dell’antiproibizionismo è stato l’alfiere. Rendo perciò omaggio a Marco Pannella da questa tribuna, da mezzo secolo voce censoria dell’ipocrisia di Stato e di pregiudizi capziosi, di stolte visioni politiche e di mistificazioni concettuali. Gli rendiamo (insieme con i pochi sindaci rimasti fedeli alla causa) tributo a esequie avvenute: per non confonderci con il conformismo celebrativo dell’ultima ora. I peana intonati al suo corteo funebre non fanno dimenticare l’ostracismo mediatico e politico patito in vita.

Pannella fu uomo di ideali alti e perciò politico per passione, parlamentare per necessità di servizio e perciò denegato a cariche vitalizie. Nulla di nuovo: è il destino dei precursori di idee di giustizia, di verità che rimangono nascoste ai più per una misteriosa inesorabile legge karmica. Nelle battaglie in favore delle libertà – di coscienza soprattutto – non è tanto importante l’oggetto della causa quanto l’effetto stimolante dell’approccio culturale, del metodo. In questo senso la liberalizzazione degli spinelli o dei casinò non sono meno degni di attenzione dei grandi temi civili: ciò che conta è accendere l’intuizione, provocare scintille di consapevolezza. Per illuminare il pensiero e scrostarlo degli archetipi e dei dogmi costruiti per esercizio di potere.

Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere Marco Pannella in occasione di una sua “visione”, immaginifica come tante. Venne a trovarmi in redazione, a Milano. Lui. Non mi convocò nel suo ufficio di Montecitorio come avrebbe fatto un qualunque deputaticchio. Allora, verso la fine degli anni ’90, ero intento a curare la mia creatura: Casino magazine, la prima e unica rivista italiana sulle case da gioco. Un’eresia editoriale che ebbe un certo successo di pubblico e che riuscì a ritagliarsi uno spazio finanche in casa Rai.

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Mi chiamò per nome e ci demmo subito del tu, come fa chi si riconosce per afflato intellettuale e non per calcolo. Inalando nicotina e monossido di carbonio come fosse aria balsamica, mi espose la sua idea: voleva raccogliere fondi per una campagna referendaria nei quattro casinò e, visto che la mia era l’unica testata di settore, forse potevo riuscire a fare qualcosa.  Gli risposi che era più facile convincere Andreotti a farsi una canna. Sorrise e continuò nella sua ingenua elucubrazione. Alla quale opposi la mia: perché i radicali non si intestavano, essi, la battaglia politica a favore dell’apertura di nuovi casinò? A quel punto toccò a lui provocare in me una risata amara. Così, tra viaggi onirici e disincanti, trascorsero un paio d’ore.

Da allora sono passati vent’anni. E il fronte casinò, unica trincea del clericalismo italico ancora invitta, se ha perduto gran parte della sua importanza strategica per l’industria turistica, ne ha assunto tuttavia un’altra forse ancora più incisiva: fungere da barriera contro l’imperversare della fanteria d’assalto (le slot dei bar). Dovevano cadere parecchie anime (e argomentazioni) deboli perché gli ignavi generali pseudolaici ne comprendessero l’utilità. E non è detto che l’abbiano ancora compresa del tutto.

Dedicato a Giacinto Marco PannellaNihil est magnum sommianti. Niente è straordinario a coloro che sognano (M.T. Cicerone)

Gianfranco Bonanno

De Sica: aprite i casinò di Anzio e Taormina!

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Un Christian De Sica in grande spolvero fa proprio l’appello che avrebbe potuto essere del padre, Vittorio, gran giocatore oltre che immenso regista. «Apriteli sti casinò, soprattutto ad Anzio e a Taormina», invoca l’attore da Palazzo Rospigliosi, la prestigiosa sede romana attigua a Palazzo della Consulta (luogo parecchio evocativo per l’Anit…), dove ieri è stato presentato il libro “Gioco pubblico e raccordi normativi”, una raccolta di contributi (tra i quali anche quello dell’estensore di questa nota) che analizza i temi della riserva dello Stato e le competenze concorrenti in tema di gioco pubblico, la questione fiscale e le distanze dai luoghi cosiddetti “sensibili”, le azioni degli organi di controllo, il punto di vista dei comuni e la regolamentazione locale del fenomeno, lo scenario dei casinò tra deroghe e sentenze della Corte Costituzionale.

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Un convegno alto nei contenuti e lepido nella formula, che ha proposto spunti di riflessione in forma lieve eppure efficacissima, sicuramente molto più efficace di quanto il tema non ci abbia abituati finora. L’argomento urticante del gioco pubblico, con tutto il suo portato complesso e problematico, è stato stemperato con la verve di noti personaggi dello spettacolo che hanno saputo dare ritmo e colore a una liturgia convegnistica divenuta ormai stucchevole. Con il risultato che gli stereotipati concetti espressi da relatori spesso autoreferenziali sono “passati” anche nel pubblico meno incline a cogliere le mille sfumature della materia.

Una brava e bella Eleonora Daniele ha modulato sapientemente esposizioni tecniche e narrazioni di vita, aneddotica e speculazione. E così l’approccio al tema della dipendenza da gioco diventa più indulgente attraverso i racconti di Christian De Sica, figlio di un padre “ludopate d’antan” epperò capace di esorcizzare la “malattia” con l’arte sublime dei suoi film. Anche i ricordi effervescenti di Simona Izzo e della passione di sua nonna per il tavolo verde giovano alla causa della rivisitazione in chiave ironica dell’esecrata attività, rivelando la funzione anestetizzante del gioco d’azzardo “di relazione” (quello dei casinò, perché fondamentalmente di questo si è parlato), mentre le esperienze ingenue di Remo Girone (l’indimenticato Tano Cariddi della Piovra) scoprono il tratto magico e “incantevole” della trasgressione e della sua prossemica.

Finanche uno scafato Gianni Letta, presente in sala, ha potuto trarre qualche inedita suggestione ammettendo – lui, compassato Richelieu berlusconiano – che sul gioco «ci sono troppi pregiudizi ed è importante riportare l’informazione nella giusta direzione, per evitare comportamenti erronei». Certo, dichiarazioni di circostanza, ma per uno abituato alla roulette della politica appare come un monito da addetto ai lavori.

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IL LIBRO – “Gioco pubblico e raccordi normativi” è edito dalla Toro edizioni con il supporto e la sponsorizzazione di Novomatic Italia. Gli autori sono di varia estrazione culturale e professionale:  Alessandro Aronica, direttore dei Monopoli di Stato, i professori Giovanni Leone e Livia Salvini, il viceprefetto del ministero dell’Interno Castrese De Rosa, Gianfranco Bonanno, giornalista e sociologo, Francesco Vergine, vicesegretario vicario del Comune di Venezia, e il tenente della GdF Cosimo Nacci.

Gianfranco Bonanno

Nuovi casinò più vicini, ma acqua in bocca!

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C’è una frase che, in questi giorni, circola con insistenza nelle paludate stanze della politica, un’espressione molto indicativa degli umori che impregnano il tema del gioco pubblico: razionalizzare senza preconcetti ideologici. Per chi segue la questione da trent’anni, queste parole significano una sola cosa: che l’obiettivo nuovi casinò è vicino. Quale ambito del variegato mondo ludico, infatti, è da sempre oggetto di pregiudizi se non i casinò? Il linguaggio politico è chiaro nelle sue perifrasi e, nel rispetto dei ruoli istituzionali, propone scenari che sono ormai qualcosa in più di una suggestione.

Il più diretto è il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta. In un’intervista rilasciata ad “Affari&Finanza”, l’inserto del quotidiano la Repubblica in edicola ieri, l’esponente di governo delegato alla materia osserva con pragmatismo: «Le case da gioco sono da un lato in crisi e dall’altro tutte concentrate in un’area geografica, mentre c’è stata una proliferazione eccessiva di macchinette sull’intero territorio. E’ il momento di razionalizzare. Se si fa questa riflessione non si può escludere anche la revisione della materia “casinò”». «Questo non significa dare mano libera all’apertura di casino in tutto il paese – precisa Baretta –; sarebbe dannoso e non è assolutamente nei nostri piani. Ma anche questo settore va ripensato, un po’ come si sta facendo per l’ippica». Non mancano riferimenti all’attuale assetto dell’industria del gioco lecito, che coincidono esattamente con quanto abbiamo sempre pensato e detto: «attualmente ci sono troppi concessionari e troppi gestori, il mercato necessita urgentemente di forme di aggregazioni che darebbero al settore un aspetto più industriale».

Il senatore Franco Mirabelli (nella foto), primo firmatario del disegno di legge sul quale sta per essere avviata la discussione in Commissione Finanze, spiega all’agenzia di stampa Il Velino: «Sarà l’occasione per un ampio approfondimento dei temi legati al gioco fuori dalla semplificazione a cui spesso ci costringe il dibattito politico e il confronto ideologico». Il testo del parlamentare piddino è considerato il punto di partenza per una riforma organica del settore del gioco, per la cui definizione sono previste audizioni (tra le quali la nostra) di tutti i soggetti interessati alla questione.

Infine, ma non ultimo, il presidente della Commissione Finanze del Senato Mauro Marino, il quale, sempre a Il Velino, ribadisce: «Ora cerchiamo di ragionare nei termini di maggior dialogo nei confronti di tutti. Ho trasmesso a tutti i capigruppo l’elenco dei soggetti da audire che mi ha mandato il senatore Mirabelli e, appena pronto l’elenco definitivo, lo sottoporrò all’ufficio di presidenza. Poi si parte».

Insomma, il dado sembra essere ormai tratto, anche se l’esperienza insegna che in casi come questo la cautela è d’obbligo. Ma questa volta c’è un segnale che induce a maggiore ottimismo. Arriva dalla casta “avversaria”: Federgioco, la rappresentanza dei quattro moloch pubblici, sente il dovere di esprimere tutta la sua contrarietà circa la ventilata apertura di nuove case da gioco. E’ il segnale più convincente. Quando il cane abbaia, vuol dire che ha sentito rumori.

Gianfranco Bonanno