In Primo Piano

QUANDO UNA SLOT MACHINE DIVENTA BUSINESS DI STATO

Breviario a uso degli amministratori pubblici locali, preoccupati del dilagare delle terribili “macchinette di stato”, sul perché l’erario non può rinunciare alle slot machine.

Su poco meno di 400 mila slot in esercizio in Italia, circa 365 mila sono del tipo Awp, cioé apparecchi che consentono vincite massime fino a 100 euro con un payout (le somme che tornano ai giocatori) del 75%; 35 mila sono Videolottery, ovvero sistemi di gioco capaci di dispensare jackpot fino a 500 mila euro, con un payout dell’85%. Mentre le prime possono essere installate in ogni locale aperto al pubblico, le Vlt devono essere collocate solo nei cosiddetti “ambienti dedicati”, sale generalmente paragonabili a mini-casinò. Le tassazioni sulle due tipologie di macchine sono differenti: le prime, le cosiddette comma 6a, sono assoggettate a un Preu (prelievo erariale unico) medio del 12%, che può subire abbattimenti in relazione alla variazione della raccolta; le seconde, in gergo comma 6b, versano all’erario aliquote “graduali” che vanno dal 2 al 4% sul fatturato. Recentemente è stata decisa l’anticipazione a quest’anno dell’aliquota massima prevista inizialmente a partire dal 2013.

Pur rappresentando meno del 10% del mercato, le vlt rastrellano circa il 30% degli incassi dell’intero (ricco) comparto italiano dell’automatico. Nel 2011 hanno incassato circa 12,5 miliardi di euro sul totale di 41,5 miliardi. Una cifra impressionante, pari a quasi il 54% della raccolta totale dei giochi, che si è attestata (ultime stime) sui 76 miliardi di euro e fa del gaming italiano una delle maggiori industrie a livello continentale. Ma come vengono distribuiti i soldi incassati dalle slot? Calcolato un ritorno medio per il giocatore dell’80%, l’11% si spezzetta nella filiera (1,5% al concessionaro, il resto tra gestori ed esercenti) e il rimanente 9% va allo Stato. Con punte di differenziazione tra le singole quote a volte anche significative, vista la posta in palio.

Tuttavia, se guardiamo al fenomeno da una prospettiva diversa, scopriamo che è proprio lo Stato a vincere di più. Intanto perchè ha incassato preventivamente dai concessionari, solo per l’assegnazione di diritti di concessione relativi a oltre 57 mila macchine vlt, quasi 800 milioni di euro (15 mila euro per ogni apparecchio). Secondo perché acquisisce praticamente il 50% di quanto resta come ricavo. Al netto delle vincite (oltre 32 miliardi sui 41,5 di raccolta), infatti, il mercato dell’automatico vale circa 8 miliardi di euro, 4 dei quali finiscono nelle casse dello Stato. Una cifra sette volte superiore a quanto entra in tasca ai concessionari, ovvero alla parte imprenditoriale del sistema, su cui gravano i rilevanti oneri finanziari necessari al funzionamento della rete. E allora – si dirà – chi glielo fa fare ai concessionari? Beh, questa è un’altra questione, sulla quale occorrebbe una puntata a parte: qui, giusto per dirne una, basterebbe pensare che in tempi di finanza e di recessione economica, può essere utile disporre di un bel cash-flow…

Pagan: «Integrazione con i concessionari, modello per i casinò italiani». Attesa per le sale Anit

«Non vedo altri casinò in futuro in Italia, semmai i quattro attualmente esistenti devono cambiare le loro strategie entrando nei nuovi mercati del gambling attraverso una piena sinergia con gli operatori del gioco pubblico». Così Carlo Pagan, presidente di Federgioco e del casinò di Campione, intervenuto ieri al’International Casino Conference di scena a Londra nell’ambito dell’Ice, la più importante manifestazione europea dedicata al mondo del gioco. «In Italia ci sono solo quattro casinò, ma tantissimi luoghi dove poter disporre degli stessi prodotti offerti dai casinò – ha detto Pagan -; occorre quindi un cambiamento verso modelli capaci di integrare le aziende anziché i prodotti, che in Italia sono altamente concorrenziali. Ad esempio, vedo molto sinergica l’apertura di location di gioco fortemente evocative insieme con operatori che offrono vlt e poker fisico, oltre che i casino games via internet».

«Come casinò di Campione – ha spiegato ancora Pagan – abbiamo dato vita, insieme con il concessionario Gamenet, a un nuovo marchio, Verve, che realizzerà un format innovativo nel panorama del gioco d’alea italiano». Il progetto – di cui Anit è parte integrante avendone delineato tre anni fa scenari e linee guida con il format Kursaal – è stato avviato nei mesi scorsi attraverso la costituzione di una new-co che investirà trenta milioni di euro in venti location di gioco in varie città, metà delle quali previste già nel 2012. Tra queste, le attese più grosse sono per le sale di Taormina e Stresa, a cui seguiranno quelle di Fasano e Anzio e via via altre nel resto dei Comuni Anit. Secondo Pagan, è questa la strategia giusta «per rilanciare i casinò terrestri e mantenere la redditività di tali aziende», entrate ormai da tempo in una fase di involuzione preoccupante.

Casinò di Venezia a rischio privatizzazione. Al Comune 20 milioni in meno nel 2012

«Stiamo lavorando sul rilancio dell’azienda, non precludendoci a priori alcuna strada compresa quella della subconcessione». Il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, si è preso poco più di un mese di tempo (entro metà marzo) per trovare la soluzione ai gravi problemi economico-gestionali che investono la principale fonte di reddito delle casse comunali, il casinò. Quest’anno le entrate dalla casa da gioco iscritte a bilancio non supereranno i 40 milioni di euro, 20 in meno dei 60 previsti nel 2011 (erano 90 solo quattro anni fa…).

La maggiore preoccupazione dei sindacati di categoria è la cessione del casinò ai privati (il gruppo americano Harra’s non vede l’ora di mettere le mani su Cà Vendramin), ma per curare la malattia dei casinò italiani (e di Venezia in particolare) occorrono cure radicali e, soprattutto, un’assunzione di responsabilità chiara da parte di manager e lavoratori, come da tempo sostiene l’amministrazione comunale. Gli errori gestionali del passato hanno fatto il paio con la grave recessione abbattutasi sulle case da gioco di mezza Europa, espressioni di un modello industriale ormai datato. Fatto sta che, tra tavoli verdi in crisi e stringenti norme del Patto di Stabilità, i Comuni non sembrano proprio i soggetti più idonei a gestire un’attività produttiva di questo genere. Se ne sono resi conto anche al Viminale, che starebbe valutando favorevolmente la privatizzazione della società pubblica Casino’ di Venezia Spa.