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Lombardia “incasinata”, S.Pellegrino e Campione le due facce della medaglia

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L’ingranaggio della controinformazione non si arresta mai. Il meccanismo è vecchio come il cucco; e ha sempre funzionato. Si utilizza in varia guisa ora la denigrazione in chiave mediatica ora la dissuasione per via giudiziaria. In Italia – paradigma di un laicismo che nulla ha da invidiare all’Inquisizione – per scoraggiare sul nascere iniziative politiche scomode per lo status quo, si preferisce far ricorso a entrambi: non si sa mai fallisse una. Magistratura e media intervengono puntualmente in funzione di supplenza del decisore istituzionale per eccellenza, il Parlamento, soprattutto quando il tema è di quelli urticanti come, ad esempio, i casinò.

Negli ultimi giorni la cronaca politica e giudiziaria lombarda si è arricchita di episodi la cui coincidenza temporale lascia ampio spazio al retropensiero, autorizzando le più disparate congetture. Un mefistofelico fil rouge lega la Val Brembana – dove il sindaco di S.Pellegrino è riuscito a far approvare dal Consiglio regionale, sia pure con una maggioranza risicata, una mozione per la riapertura dello splendido casinò – all’exclave di Campione d’Italia, dove la Guardia di Finanza, su ordine della Procura di Como, ha notificato quattro avvisi di garanzia ad altrettanti manager della casa da gioco (due di essi sono anche consiglieri comunali di maggioranza) per presunti reati di riciclaggio e peculato. Un quinto avviso è stato recapitato a un porteur (procacciatore di clientela) palermitano, Michele Maiorana, collaboratore del casinò, non nuovo a questo genere di inchieste.

Nel primo caso, la mozione approvata rappresenta un passaggio solo simbolico del complesso iter per la riapertura della prestigiosa struttura (nella foto il salone d’ingresso). Ma trattandosi di un segnale potenzialmente “contagioso”, il sospetto di un soffocamento in culla è lecito. Nel secondo caso, è sorprendente constatare come l’inchiesta della procura di Como coincida, non solo con la rivendicazione della classe politica regionale di una casa da gioco nella cittadina termale, ma anche con la richiesta, per il momento annunciata, da parte del Comune di Campione d’Italia al ministero delle Finanze di un intervento straordinario di trenta milioni di euro per far fronte alla grave situazione determinatasi nell’exclave a seguito della decisione della Banca centrale svizzera di abbandonare il cambio fisso franco-euro.

Vi è da notare, peraltro, che il sospetto di connivenza tra management dei casinò e porteur a fini di riciclaggio è questione antica. E spesso, dopo averne approfondito le dinamiche di funzionamento, il tutto si è dissolto in una bolla di sapone. Quella dei porteur (o rabatteur) è un’attività, anche molto remunerativa, fatta di luci e ombre. Per questo è disciplinata ovunque (da noi ci si deve districare, come al solito, tra mille interpretazioni giuslavoristiche) con specifici contratti di prestazione che, negli Usa per esempio, prevedono l’acquisizione di informazioni fino al terzo grado di parentela del collaboratore. Questo non esclude eventuali “deviazioni”, ma in Italia a fare questo lavoro sono al massimo una cinquantina persone. Non dovrebbe essere difficile per il Grande Fratello controllarne mosse e frequentazioni e magari prevenirne anche fattispecie di reato.

Invece, le dinamiche da noi prevedono nell’ordine: allarme, inchieste, processi, assoluzioni, rientro dell’allarme fino a nuova alzata di testa di qualche buontempone che si diverte a lanciare sfide all’ordine costituito. Di affrontare la questione nelle sedi competenti – leggi Parlamento – non se ne parla proprio. Almeno fino a quando funzionano i vecchi sistemi di dissuasione.

Gianfranco Bonanno

Casinò ancora in crisi, ma la causa non sono solo le sale slot

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Scende sotto la fatidica soglia dei 300 milioni il fatturato dei quattro casino italiani. L’ulteriore calo degli incassi registrato nell’anno appena concluso evidenzia in modo marcato la crisi di un comparto che, nonostante i cambi di strategie e di management e gli adeguamenti contrattuali con le rispettive proprietà pubbliche, stenta a riconquistare l’appeal del mercato.

I Dati – Il volume d’affari complessivo registrato nel 2014 è stato di 296,5 milioni di euro contro i 308,3 del 2013: una flessione di circa 12 milioni pari al 4%. In particolare, il calo maggiore lo realizzano Venezia, che scende per la prima volta sotto i cento milioni di fatturato (95,7 contro i 104 dell’anno precedente), e Saint Vincent che, nonostante gli ingenti investimenti per l’ammodernamento delle strutture, non va oltre i 64 milioni contro i 67,5 del 2013. Tengono invece Campione, che addirittura migliora, sia pure di qualche decimale, la sua performance precedente passando da 90,2 a 90,6 milioni, e Sanremo (46,6 nel 2013 e 46,1 nel 2014).

Analizzando i dati disaggregati per tipologia di giochi, si nota come anche il segmento delle slot, pur mantenendo un’incidenza media di circa il 60% sui risultati complessivi, abbia registrato una significativa riduzione passando da 184,4 a 181,9 milioni. Fa eccezione solo Campione, che incrementa la sua prestazione di circa il 6%, totalizzando 60,7 milioni contro i 57 dell’anno precedente. La casa da gioco dell’enclave detiene anche il record per i nuovi giochi come il poker: sui 14 milioni totalizzati dalle quattro maison, ben 5,4 sono stati incassati sul lago di Como. Più o meno stabili i giochi tradizionali, i cosiddetti “giochi lavorati”.

Considerazioni – Non v’è dubbio che la causa prima della progressiva erosione dei proventi risieda nella fitta concorrenza delle sale slot: si tratta, perciò, di un calo fisiologico dovuto all’ampliamento dell’offerta dei prodotti di gioco, anche se non direttamente competitivi con quelli tipici da casinò. Vi è naturalmente da aggiungere la grave congiuntura economica, che ha ridotto di molto la capacità e i comportamenti di consumo: ciò, tra l’altro, sfata il teorema dell’anticiclicità della spesa per il gioco d’azzardo, che vorrebbe un incremento di queste categorie di consumi legato all’aumento dei fattori di crisi economica.

Ma la defaillance dei casinò mette in luce anche gli annosi difetti del modello italiano di gambling: gestione pubblica, assenza di un quadro normativo omogeneo (anche di tipo giuslavoristico) e via elencando. Conseguenze, queste, di uno ius singulare che ha caratterizzato la nascita delle case da gioco nel nostro Paese, delineando un controverso scenario monopolistico, oggi più che mai anacronistico, che si sta rivelando infine dannoso anche per gli stessi beneficati.

Tuttavia la crisi generalizzata del modello casinò offre spunto per riflessioni più approfondite dal punto di vista sociologico. Il “gioco di relazione”, l'”azzardo partecipato” praticato da sempre in contesti sfavillanti e lussuosi, sta via via lasciando il posto a tipologie di gioco più individualistiche e meccaniche reperibili in ambienti più anonimi e meno “luminosi”: il che la dice tutta sulla trasformazione non solo dell'”antropologia dell’azzardo”, avviata verso una sorta di ansioso onanismo, ma in generale del buio esistenziale del nostro tempo.

Gianfranco Bonanno

Legge di Stabilità, stress test sul gioco pubblico

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Cosa si nasconde dietro il “salasso” riservato ai concessionari del gioco pubblico e alla “finta” sanatoria per i Ctd previsti nella nuova legge di Stabilità? Sicuramente un’occasione persa, l’ennesima, da governo e Parlamento per fare chiarezza sul controverso settore. Ma forse c’è dell’altro: una vera e propria rottamazione della bistrattata industria dell’intrattenimento e del suo celebrato sistema-modello “che tutta Europa ci invidia”.

Del resto, è stato proprio il sottosegretario Delrio a parlare di «disincentivazione» del gioco d’azzardo: espressione molto più tranchant rispetto alle più moderate “riduzione”  e “razionalizzazione” usate dai suoi colleghi. Per giungere al (probabile) obiettivo, gli innovatori di Palazzo Chigi si sono mossi con tipica arguzia toscana, una forma di furbizia diversa da quella dei “sola” romani e dei “tragedianti” napoletani poiché non punta alla truffa ma all’inganno.

A leggere le norme dedicate ai giochi nella legge di Stabilità – in queste ore alla Camera per l’approvazione finale – sembra infatti di scorgere un “momento transeunte”, un passaggio da uno stato di grazia a uno di dis-grazia. A quest’ultima condizione parrebbe essere destinato chi (i più) non possiede i quarti di nobiltà richiesti per continuare a far parte della “congrega delle macchinette”, ovvero quei concessionari del gioco pubblico fino a ieri “potentissima lobby” e oggi gravati da un contributo aggiuntivo di 500 milioni di euro l’anno da versare «a fini di concorso al miglioramento degli obiettivi di finanza pubblica e in anticipazione del più organico riordino della misura degli aggi e dei compensi…» previsti nella Delega fiscale.

Un provvedimento giudicato “miope e scellerato” da tutti i soggetti che compongono la filiera dell’intrattenimento elettronico, i quali ammoniscono sui rischi di “ritorno a uno stato di illegalità” che pregiudicherebbe “l’emersione del gioco clandestino” avvenuta negli ultimi anni. (Lagnanze che ricordano in qualche modo i nostri inascoltati appelli in favore dell’apertura di nuovi casinò, con tutta la loro portata “normalizzatrice” anche rispetto al consistente flusso di denaro che transitava per gli italici confini).

Ma la legge di Stabilità va oltre. E fa gridare allo scandalo un’altra “congrega”, quella del betting. Che cosa hanno escogitato Renzi e compagni da fare infuriare Snai e simili? Hanno deciso di chiudere una volta per tutte un contenzioso insostenibile e suicida con coloro (i cosiddetti Ctd, centri di trasmissione dati) che raccolgono scommesse in Italia per conto di bookmaker esteri sprovvisti di licenza nel nostro Paese. Evasori per lo stato italiano, discriminati per l’Europa. Siccome l’enciclopedia giudiziaria scritta sul tema non fornisce ancora una risposta definitiva, per stendere un velo (e fare cassa) il governo ha individuato la soluzione: una sanatoria.

Un bel 10mila per ogni punto vendita, giusto come biglietto di ingresso nel limbo di color che son sospesi, per poi regolarizzarsi pagando le imposte pregresse con “abbuoni” forfettari. Insomma, la solita supercazzola all’italiana: “chi ha dato ha dato, scurdamoce ‘o passato”. Il tutto fino al 2016, quando si procederà al rinnovo delle concessioni, anche quella del gioco del lotto, altra “tegola” europea per il sistema italiano che non sa più come fare per rinnovare il lascito ai patrioti della ex Lottomatica (un sottile fremito promana, in proposito, dal comma 653 dell’articolato).

Ma attenzione, perché quella che appare come una sanatoria in realtà potrebbe non rivelarsi tale. Per il semplice motivo che – come denunciano gli addetti ai lavori – mettersi in regola con i criteri indicati nella norma approvanda costerebbe agli “irregolari” più di quanto incassano, visto che la fiscalità italiana del settore è basata sui ricavi e non sui guadagni. Dunque, anche questo un modo user friendly per scoraggiare l’attività.

A questo punto è lecito chiedersi: dove va allora il gioco pubblico, invocata cornucopia statale e temuto tsnunami sociale? Qual è lo scenario che si staglia dietro le contraddizioni, apparenti e reali, dell’esecutivo renziano, tra una presunta rinuncia alle consolidate entrate erariali e l’esigenza di non apparire “lobbyzzato” dalle multinazionali delle slot? A cosa porterà il ventilato progressivo smantellamento di un comparto diventato in meno di dieci anni la terza attività economica del Paese? Probabilmente a nulla di eclatante, dal momento che noi italiani non abbiamo mai brillato per capacità strategiche, tutt’al più per abilità tattiche. Siamo abituati a regolarci secondo gli eventi e a provvedere di conseguenza. Allora potrebbe anche capitare di trovarsi in corso d’opera un po’ di casinò sparsi lungo lo Stivale. Del resto, i quattro esistenti sono nati senza neppure pronunciarne il nome.

Gianfranco Bonanno