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Gianfranco Bonanno

I sindaci antiazzardo alla Boldrini: «Nuove regole per limitare il fenomeno»

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Novantatremila firme, novantatremila persone che hanno “messo la faccia” nella protesta contro le slot nei bar. Questo lo straordinario risultato conseguito dal Manifesto dei sindaci contro il gioco d’azzardo, la campagna organizzata da Legautonomie e Terre di mezzo alla quale anche l’Anit ha fornito il suo contributo in fase di redazione del testo di legge contro il Gap (gioco d’azzardo patologico).

L’articolato, che si è tradotto in una proposta di legge di iniziativa popolare, è stato simbolicamente consegnato stamane alla presidente della Camera, Laura Boldrini, durante una cerimonia tenutasi a Montecitorio, presenti una cinquantina tra amministratori locali e rappresentanti del sociale di tutta Italia. Le firme raccolte sull’intero territorio nazionale (tre quarti in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana) sono state invece consegnate alla Corte di Cassazione per le procedure di rito.

A illustrare i motivi dell’iniziativa sono intervenuti – oltre ad Angela Fioroni, segretaria di Legautonomie Lombardia, e Piero Magri, presidente dell’associazione Terre di mezzo – il sindaco di Pisa e presidente nazionale di Legautonomie, Marco Filippeschi, il quale ha voluto ringraziare tutti i sindaci che hanno sottoscritto il Manifesto, straordinario esempio di «mobilitazione a fianco della cittadinanza attiva e testimonianza di un impegno civico che ha anche una forte valenza etica». Un impegno che sul piano concreto richiede «nuovi poteri per i sindaci», come Filippeschi ha tenuto a precisare.

L’appello del territorio è stato accolto con grande sensibilità dalla presidente Boldrini, che ha sottolineato «l’esigenza di dotare le regioni e gli enti locali di competenze incisive in materia, in quanto sono proprio questi ultimi a subire maggiormente l’effetto negativo di questo drammatico fenomeno sul piano finanziario, del tessuto sociale e della sicurezza del territorio».

Ricordando il suo personale impegno contro la piaga del gioco d’azzardo, «autentico disvalore», la terza carica dello Stato ha anche auspicato che «le petizioni e le iniziative legislative che vengono dai cittadini possano costituire un modello di partecipazione politica al quale gli organi parlamentari sono chiamati a prestare la necessaria attenzione».

Gianfranco Bonanno

Le “serenissime” provocazioni di Federgioco

Ravà

Abbiamo resistito con grande sforzo alla tentazione di replicare alle recenti dichiarazioni di Federgioco sui nuovi casinò, riportate da tutti i media specializzati; oggi, però, visto il piccante dibattito sul rapporto “Gap-Awp” scatenato dal neo presidente dell’organo di rappresentanza delle quattro case da gioco, Vittorio Ravà, non possiamo non intervenire. Non foss’altro che per chiarire alcuni aspetti che per primi abbiamo posto in evidenza. Innanzitutto una doverosa precisazione per i non addetti ai lavori: l’acronimo Gap sta per “Gioco d’azzardo patologico”; per Awp (amusement with price) si intendono le slot dei bar.

Incominciamo da qui. Ravà ha sostenuto che la presenza delle slot in esercizi commerciali “non professionali” è la causa primaria dello sviluppo di dipendenza. I contestatori di questa tesi – concessionari, associazioni di categoria ed esperti a vario titolo del cosiddetto gioco lecito – ribattono che non può essere causa di patologie un apparecchio che consente una puntata massima di 1 euro e una vincita di 100 euro.  Ai sostenitori di questa linea di pensiero ci permettiamo di ricordare che tutta la pubblicistica scientifica concorda nel definire gli apparecchi elettronici e automatici prodotti ad alto tasso di addiction a causa delle peculiari dinamiche che li caratterizzano: velocità, ripetitività e solitudine.

Dunque, la difesa delle “macchinette da strada” è insostenibile se poggia solo su considerazioni di ordine economico, peraltro parziale. Non vale cioè l’equazione “meno soldi gioco, meno probabilità ho di sviluppare una dipendenza” poiché è vero esattamente il contrario: più bassa è la posta che posso scommettere (o vincere), più alto è il tempo speso a intrattenermi con la macchina. La causa? Proprio la percezione (errata) della modesta esposizione economica, corroborata da una serie di ingannevoli suggestioni che fanno gridare alla “quasi vincita” ovvero inducono a ritenere “normale” il riutilizzo di un’eventuale vincita, che altro non è che la restituzione (parziale) di precedenti puntate.

L’insorgenza del rischio è legata non tanto al valore economico della giocata, quanto al fattore tempo; il denaro incide come seconda opzione, allorché il rapporto tra il soggetto e la macchina ha assunto una sua consolidata fisiologia, di comportamento reiterato e compulsivo appunto. Non è questa la sede per argomentare scientificamente, ma tutti gli studi veri (non commissionati dagli interessati) condotti a livello internazionale a partire dai primi Anni ’90, in particolare da equipe mediche canadesi e spagnole, riscontrano dati inoppugnabili: i soggetti maggiormente interessati al gambling addiction sono i consumatori di slot, bingo e lotterie istantanee.

Del resto, è un fatto che in Italia l’allarme ludopatia (neo-eufemismo), ancorché non validato da evidenze oggettive, è scattato da quando le slot hanno incominciato a invadere bar e tabaccherie. Prima di allora, il fenomeno era pressoché sconosciuto. Si dirà: ma le slot si trovano anche nei casinò e anzi ne costituiscono le entrate prevalenti. Vero, ma a parte i distinguo tecnici tra le due tipologie di apparecchi, vi è un elemento che andrebbe sottolineato: la professionalità degli operatori. In un casinò, almeno in quelli europei, sui comportamenti a rischio vigila personale specializzato che agisce di concerto con le strutture sanitarie. A ciò si aggiunga l’opzione dell’inibizione o dell’autoesclusione che le case da gioco sono tenute ad osservare, non solo per legge ma per il loro stesso interesse. Si può dire la stessa cosa di un bar o di una tabaccheria? Certamente no.

E qui Ravà – probabilmente per ragioni legate alla problematica privatizzazione del “suo” casinò – si ferma e, anziché affondare il colpo difendendo un modello di offerta di gioco, ne approfitta per lanciare frecciatine anche ai suoi potenziali “alleati”. Sulla prospettiva dei casinò regionali nelle località turistiche, il dg del casinò di Venezia si tiene schiscio e tergiversa: “un casinò è un’impresa complessa, richiede grossi investimenti, forse solo i grandi Comuni potrebbero sostenerne l’onere finanziario”… Affermazioni che stridono con altre dichiarazioni, tipo: “i casinò sono nati come aiuto economico agli enti locali svantaggiati”.

Ora, nessuno può affermare che Saint Vincent, Campione d’Italia e Sanremo siano “grandi comuni”; del resto, il casinò l’hanno ottenuto proprio per la loro condizione di “svantaggiati” (almeno sulla carta), “per poter addivenire all’assestamento dei loro bilanci ed all’esecuzione delle opere pubbliche indilazionabili”, come recita l’atto autorizzativo. L’unica “grande città” ad essere sede di casa da gioco (anzi due) è Venezia. Tra parentesi, quando parlano di secessione, i serenissimi dovrebbero anche ricordarsi di questo cadeau statale che fornisce da ottant’anni sostanziose risorse alla collettività (per anni non hanno pagato l’addizionale Irpef) e ricche prebende ai manager che lo gestiscono.

Possibile che Federgioco non comprenda che parte dei problemi - sindacali soprattutto –  in cui versano i quattro casinò potrebbero trovare una soluzione strategica nell’apertura di nuove case da gioco? E ancora: possibile che ogni volta che c’è un veneziano alla guida di Federgioco l’interlocuzione con gli altri soggetti interessati si blocca per lesa maestà con considerazioni assolutamente risibili?

Gianfranco Bonanno