In Primo Piano

Chiese e Chiesa, chi vincerà?

zappodurso

Uno tsunami di innocue proporzioni sta scuotendo in queste ore il mondo del gioco pubblico e quello cattolico, il diavolo e l’acqua santa. La materia del contendere è un protocollo di intesa firmato qualche giorno fa – al riparo da clamori mediatici e, a quanto pare, anche dall’attenzione di parte dei protagonisti – da Sistema Gioco Italia (Confindustria) e alcuni rappresentanti della campagna anti-azzardo “Mettiamoci in gioco” che fa capo a don Armando Zappolini (a sinistra nella foto). Sullo sfondo, la Consulta nazionale antiusura con il suo veemente segretario Mons. Alberto D’Urso (a destra nella foto).

I primi due interlocutori, partendo dall’assioma che oggi è impossibile proibire il gioco d’azzardo e spinti dalla necessità di trovare soluzioni condivise sullo spinoso problema, hanno individuato un terreno di discussione incentrato essenzialmente su: lotta all’illegalità e al Gap, pubblicità e divieto di gioco ai minori. Per rendere più “scientifico” il consesso propongono anche una diversa definizione delle attività legate all’azzardo, cosicché il grave “gioco d’azzardo con vincita di denaro” possa tramutarsi in un più suadente “gioco d’alea con vincita in denaro”.

All’indomani del “famigerato” protocollo, molte delle sigle aderenti al cartello hanno preso le distanze dall’accordo sia per motivi di metodo (il mancato coinvolgimento di buona parte dei componenti), sia per motivi sostanziali.

Su questi ultimi si appuntano in particolare le aspre critiche della Consulta nazionale antiusura, che in una nota molto piccata esprime «grave allarme per alcuni aspetti del protocollo». Nello specifico: «la cancellazione della parola “azzardo” per mascherare le varie forme di raccolta del gambling di Stato (una sconcertante manipolazione delle parole); la pretesa di offrire un riconoscimento all’impresa d’azzardo come se fosse una qualsiasi altra attività economica legittima; l’ulteriore incoraggiamento del consumo d’azzardo che deriva dalla sottovalutazione dei danni sistemici per la persona, la famiglia, la società, l’economia, la salute e la sicurezza pubblica». La nota termina con una dura reprimenda nei confronti di don Zappolini, accusato di produrre «da uomo di chiesa una grave confusione tra ruolo educativo e rispettabilità del gambling».

Alle dissociazioni di molti rappresentanti del cartello (le considerazioni di Mons. D’Urso immagino verrano trattate in sede separata), don Zappolini replica che «il protocollo non sigla alcuna “alleanza” della campagna con i concessionari, ma vuole semplicemente aprire un confronto con le imprese di Confindustria al fine di arrivare in tempi brevi a una legge quadro sul gioco d’azzardo, l’obiettivo principale che si è dato la campagna fin dalla sua costituzione».  In quanto alla riservatezza della riunione, precisa che tale scelta «tutela le due parti nella comunicazione rivolta all’opinione pubblica, garantendo entrambi dal rischio di strumentalizzazioni reciproche». E infine, che la necessità di individuare – «in un documento condiviso con Confindustria» – un termine diverso da “gioco d’azzardo” nasce esclusivamente da motivazioni giuridiche, perché essendo il “gioco d’azzardo” considerato nonostante tutto illegale nel nostro ordinamento, occorre trovare un’espressione più attuale».

Questi i fatti riassunti per sommi capi, che rivelano il livello di interlocuzione e il senso della speculazione che caratterizza le istituzioni contemporanee. Ci permettiamo di ricordare che da molti anni denunciamo l’uso disinvolto di eufemismi come “ludopatia” o distorsioni semantiche quali «gioco pubblico» e «gioco responsabile e lecito»: tutti termini che evitano accuratamente l’accostamento lessicale con la parola “azzardo”. Ed è da mezzo secolo che – “forti” di ben due pronunce della Corte Costituzionale – chiediamo una legge quadro in materia, proponendo di localizzare il gioco d’azzardo (noi non abbiano timore della turpe parola) in moderne e funzionali case da gioco comunali o regionali che apporterebbero risorse e non problematiche sui territori.

Eccola la soluzione, sarebbe già pronta se solo gli uomini di governo (e quelli di Chiesa), anziché bollare come “inopportune” le nostre proposte, avessero colto con anticipo lo scenario. E se, oggi, a dolo consumato, sapessero correggersi in corso d’opera distinguendo tra lucro cessante e danno emergente, magari accettando una riduzione del gettito fiscale in cambio di una limitazione dei fenomeni da Gap e dei conseguenti capitoli di spesa pubblica. Su questi temi dovrebbe avvenire il confronto, avendo come obiettivo quello di conciliare visioni non singoli divieti; di contemperare l’etica cattolica con quella laica attraverso la discussione sui modelli e non escogitando artifici linguistici.

A questo punto, che dire? Assistiamo rassegnati e un po’ divertiti al dibattito, come farebbe un veterano di guerra nel sentir parlare due reclute di strategia bellica. Non è supponenza. E’ intrattenimento allo stato puro.

Gianfranco Bonanno

Casinò, opportunità non solo per il territorio

Casino Bagni

I dati diffusi recentemente circa la capacità di contribuzione dei quattro casinò a favore degli enti locali meritano qualche considerazione più approfondita. Non foss’altro che per sfatare sul nascere un mainstream di superficiale conio, tipo “visto che i casinò sono tutti in crisi e oggi rappresentano addirittura un costo per le amministrazioni locali, è inutile proseguire nella proposta di aprirne altri”.

Secondo le cifre pubblicate dall’agenzia specializzata GiocoNews, il casinò di Venezia nel 2013 ha versato al Comune una cifra pari a 16 milioni di euro, ben lontana dai 107 milioni del 2006 (anno di massima contribuzione), e anche da quanto avrebbe dovuto versare in forza dell’attuale schema di convenzione che prevede il riversamento nelle casse comunali del 25% degli incassi lordi, per l’anno in questione circa 26 milioni sui 104 incassati.

Idem per il casinò di Campione di Italia, che ha “elargito” circa 20 milioni contro i 43 dovuti sulla carta, e per Saint Vincent che, pur vantando la minor imposizione contributiva tra i quattro (“solo” il 10% degli incassi di gioco), ha chiuso il bilancio 2013 con una perdita di una ventina di milioni. In quest’ultimo caso, il deficit è in qualche modo giustificato dalla riduzione della produttività dovuta alla profonda ristrutturazione degli ambienti ricettivi e di gioco. Solo il casinò di Sanremo, grazie a un virtuosismo dell’amministrazione comunale che ha fissato al 13% la quota a carico della società di gestione, ha fatto registrare l’anno scorso un utile di circa 6 milioni di euro.

A fronte di tali dissesti finanziari, le proprietà, che in Italia sono enti pubblici, devono provvedere alla ricapitalizzazione delle rispettive società di gestione, ovvero delle loro partecipate. Qui si dovrebbe aprire un capitolo a parte, ma non è questa la sede. Per rimanere al punto, valutando solo l’impatto contributivo, non c’è dubbio che il tempo delle vacche grasse sia finito. Come del resto è finito per tante altre attività “tradizionali”, dove per “tradizionale” deve intendersi il modello di business, l’organizzazione industriale, non il concept.

In paesi come la Francia, dove la casa da gioco è stata pensata come luogo di intrattenimento a tutto tondo e di complemento all’offerta turistica locale, il modello organizzativo si è sviluppato secondo precise logiche politiche ed economiche, prima che fiscali. Per lo più piccole strutture, a gestione privatistica, che nonostante la crisi assicurano costanti risorse alle amministrazioni territoriali. Senza dire dell’aspetto occupazionale, oggi ancora più importante del gettito tributario. Provate a chiedere al sindaco di Stresa o di Taormina se sarebbero “preoccupati” di disporre non di 20 milioni, ma di 2 milioni di euro l’anno; e di poter offrire una decina, non centinaia o migliaia, di posti di lavoro ai loro concittadini.

Una quarantina di nuovi casinò, due per regione, nelle maggiori località turistiche e termali, potrebbero innescare processi economici virtuosi in vaste aree del paese, offrendo peraltro una via di giustificazione alla riduzione dei trasferimenti del governo centrale. In questa ottica il casinò “rende”, non solo al territorio ma all’intera collettività.

Gianfranco Bonanno

Gioco pubblico e delega fiscale, il rinnovamento che non c’è

renzinapolitano

Ma che fine ha fatto il gioco pubblico? Se lo chiedono gli amministratori locali e i loro rappresentanti associativi (Anci e Legautonomie), che nei mesi passati hanno avanzato proposte e articolati di legge diretti a rivedere le norme del settore. Se lo chiedono i Sert del Servizio sanitario nazionale, che aspettano di capire quali saranno le effettive risorse finanziarie previste nel decreto Balduzzi che lo Stato dovrà assegnare loro. Se lo chiedono certamente le aziende concessionarie, nell’attuale incertezza più protese a operazioni di vernissage finanziario (segno indiretto del declino del business) che a produttività e mercato, quest’anno, per la prima volta dal 2002, in leggero calo.

In realtà, il tema è assai dibattuto nelle segrete stanze del ministero dell’Economia e nelle competenti commissioni parlamentari, dove tutti annunciano l’imminente varo dei decreti attuativi previsti nell’articolo 14 della Delega fiscale, attesi già per fine luglio e poi per settembre. Alcuni di questi provvedimenti sono un po’ urticanti per i concessionari; altri si sovrappongono al ddl sulle ludopatie, anch’esso nel limbo del Parlamento dopo una frenetica attività di confronto; altri, infine, mirano a dirimere le controversie tra pubblici poteri nell’attività di controllo e di funzionamento delle sale slot.

Ma, mentre per questi ultimi la strada è spianata dai recenti orientamenti del Consiglio di Stato, “indicizzati” dallo stesso Viminale, i primi due necessitano di ulteriori approfondimenti. Detto fuori dalle righe, non si è ancora capito come trovare la quadra. Ciò ovviamente comporta un supplemento di tempo, di “concertazione”, nonostante alcuni giovani “rappresentanti del popolo” si affannino a dichiarare l’improrogabilità di un riordino normativo del settore.

Naturalmente, in questo processo di riorganizzazione, non se ne parla proprio di cambiare modello di offerta. L’unica soluzione oggi praticabile (in costanza del regime concessorio e autorizzatorio) – trasformare gli “ambienti dedicati” in vere case da gioco in grado di assicurare i necessari controlli e apportare risorse anche sul territorio, incrociando le economie locali – è ancora lontana dall’orizzonte mentale di questi politici. Nonostante il rinnovamento anagrafico.

Gianfranco Bonanno