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Nuovi casinò, l’assedio vien dalla montagna

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Com’era prevedibile, ecco le prime bordate contro la ventilata riforma dei casinò. Nonostante l’atteggiamento interlocutorio di Federgioco, la proposta del sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta di istituire un organismo unico di governo dei quattro casinò «dovrà scontrarsi con l’opposizione di almeno qualcuno degli enti locali attualmente autorizzati a offrire gioco d’azzardo in deroga alle norme del codice penale», come scandisce il presidente della regione Val d’Aosta, Augusto Rollandin (nella foto), in un’intervista al portale specializzato Gioco News.

Una proposta giudicata «impraticabile» in quanto «ci sono situazioni così diverse che non si possono mettere insieme». E riguardo alla prospettata apertura di “filiali regionali” (Taormina in testa), il governatore valdostano alza il tiro: «Questa proposta è ancora peggiore, non è possibile pensare a nuovi casinò in Italia vista la crisi di quelli esistenti».

Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Il solito arroccamento di posizione. Del resto, Rollandin fa il suo mestiere: difende il suo orticello, anzi le sue montagne. La qual cosa è anche comprensibile, visto che il casinò di Saint Vincent rappresenta pur sempre, nonostante la crisi, il primo bacino occupazionale (ed elettorale) dell’intera Regione e un fondamentale asset per la sua economia.

Proprio valutando questi aspetti, nell’incontro con l’onorevole Baretta l’Anit ha messo l’accento sulla necessità di coniugare l’offerta di gioco d’azzardo con l’industria turistico-ricettiva, assicurando ricadute positive sui territori. Il senso è chiaro: va bene una gestione unitaria delle case da gioco, a patto che le località (presenti e future) che le ospitano possano godere dei vantaggi della loro presenza. Una formula che, anche nella “versione centralista”, non toglie agio politico ai singoli enti locali e che consente di recare benefici economici ad intere comunità.

Ma se Rollandin e simili pensano che, nell’era della competizione globale, sia ancora possibile ragionare con i localismi o che una deroga significhi un diritto acquisito a vita, commettono due gravi errori: di giudizio e di prospettiva, anche politica. Nel primo caso, il termine “deroga” postula, tra l’altro, un significato di “provvisorietà”, come ha sottolineato per ben due volte la Corte Costituzionale. Dunque – a meno che non si voglia continuare a disattendere il diritto per altri trent’anni – sarebbe ora di dare risposta al giudice delle leggi.

Nel secondo caso, è vero sì che il disegno di Baretta andrebbe a toccare il “potere” degli amministratori locali (liberandoli però anche di alcuni oneri), ma lascerebbe spazio a un diverso ruolo dei quattro casinò esistenti che avrebbero modo di affermare la propria leadership in uno scenario operativo più vasto, con ricadute salutari anche per i territori di riferimento.

Ci sarebbe da aggiungere, sul piano dell’analisi di mercato, che oggi il problema del settore non è tanto il competitor commerciale quanto il prodotto e il modello stesso di attività. Il concorrente di Saint Vincent non è Taormina (anche se il 30% della sua clientela proviene dalla Sicilia); piuttosto, questa ne potrebbe rappresentare l’estensione per valorizzare e sviluppare un patrimonio di esperienze e conoscenze.

In questo senso, accentrare una competenza (peraltro senza escludere gli attuali stakeholders), in un più generale processo di razionalizzazione di risorse e attribuzioni, non significa privare i decisori periferici di una sfera di influenza ma semplicemente mutarne la connotazione. Del resto, al buon cavalier non manca lancia.

Gianfranco Bonanno

Taormina, il casinò non è più un sogno

Un'immagine anni '60 del casinò di Taormina, a Villa Mon Repos

Un’immagine Anni ’60 del casinò di Taormina, a Villa Mon Repos

 

Taormina in pole position per ospitare il primo casinò italiano dell’era Renzi. O forse sarebbe meglio dire dell'”era Baretta”, visto lo slancio risolutivo che il sottosegretario all’Economia sta imprimendo a una questione tanto antica quanto controversa. Pier Paolo Baretta non ha mancato di ribadire anche ieri pomeriggio – nel corso del seminario “Il rischio e la regola: i giochi pubblici come patologia, impresa e politiche delle istituzioni”, svoltosi a Firenze – la determinazione di giungere a una definizione dello specifico comparto dei casinò. «Strutture a rischio fallimento o privatizzazione – ha chiarito – mentre occorre tenere anche presente che c’è una forte richiesta da parte della città di Taormina per aprire un casinò e ciò significa che bisogna affrontare questo problema» .

Dunque, non vi sono più dubbi sull’effettiva volontà politica di mettere (finalmente) mano a una normativa che istituisca nuove case da gioco nel quadro di una complessiva razionalizzazione dell’industria del gioco pubblico. Legare l’apertura del casinò a Taormina alla crisi dei quattro esistenti potrebbe a prima vista apparire uno scherzo di cattivo gusto. Ma se questo esecutivo riuscirà nell’impresa, non sarà solo un altro “aiutino di stato” a quattro enti locali favoriti dalla sorte (!), ma sarà anche una vittoria del diritto (disatteso da una trentina d’anni) e del buon senso, poiché l’unico modo per rendere sostenibile l’offerta dei giochi d’azzardo passa attraverso il paradigma “casinò”.

Solo normalizzando questo modello si possono poi ispirare altri format e tipologie di offerta, che potrebbero fare leva su un presupposto di maggiore consapevolezza da parte del consumatore e su una accezione più ludica dell’azzardo perché legata anche ai giochi di “relazione” (giochi di carte) e non solo a quelli elettronici. In Italia, purtroppo, si è partiti dalla coda, non dalla testa, con gli effetti che sappiamo.

Come ha riconosciuto lo stesso Baretta, «la strategia intrapresa nel tempo dallo Stato è stata quella di coprire il territorio con un’offerta di gioco legale, ma diverse anomalie hanno portato a una distorsione dell’offerta, peraltro compromessa da una serie di deviazioni, che oggi hanno fatto diffondere un sentimento di forte contrasto nei confronti dei giochi anche in ambiente politico».

«L’obiettivo primario – ha insistito Baretta – è da sempre quello di combattere l’illegalità, specialmente perché andando verso la riduzione dell’offerta di gioco (dal prossimo anno è prevista una diminuzione di circa 100 mila slot, n.d.r.) dovremo intervenire sul contrasto con forte decisione, anche per dare un segnale agli operatori. Gli altri obiettivi su cui ci siamo mossi sono: la tutela della salute, di fondamentale rilievo, e la raccolta erariale, che deve essere mantenuta a livelli accettabili per lo Stato».

«Come sarà possibile conciliare questi obiettivi?», si chiede poi retoricamente il sottosegretario. «La risposta politica non può che essere un testo unico sui giochi, esattamente quello che farà la legge delega». Insomma, il momento tanto atteso dai Comuni che da mezzo secolo battagliano per “riavere” le case da gioco, sembra essere arrivato. Anche perché ora vi è uno strumento normativo – la legge delega, appunto – attraverso il quale realizzare effettivamente il disegno.

Gianfranco Bonanno

Crisi dei casinò: ecco cosa ha in mente Baretta

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Sembra che il tema casinò stia appassionando il governo come mai era successo finora. Magari non tutto il governo, ma è la prima volta, a memoria, che un suo membro, peraltro di diretto riferimento, dedica il suo impegno istituzionale anche a tentare di risolvere una questione così antica e “delicata”. Il sottosegretario all’Economia PierPaolo Baretta, titolare della delega ai giochi, non perde occasione per richiamare l’attenzione anche su questa nicchia, defilata e silente, dell’azzardo pubblico. In proposito – avendo avuto modo di confrontarci direttamente sull’argomento – corre l’obbligo di correggere il tiro sulla definizione di “statalizzazione” che di recente ha infiammato gli addetti ai lavori, e quindi anche noi.

In realtà, il piano dell’onorevole Baretta è molto più articolato e “avvolgente” rispetto a quello che era sembrato di capire in un primo momento. La proposta non è tanto di portare i casinò sotto l’egida dello Stato, ma di istituire un soggetto a livello nazionale, anche parzialmente pubblico, che abbia competenza e coordini lo specifico settore. Detta così, la strategia è molto più interessante, perché aprirebbe la strada alle “filiali regionali” che l’Anit propone da almeno dieci anni, risolvendo con una misura strutturale anche i problemi delle singole case da gioco. Un concetto che il sottosegretario ha ribadito in una dichiarazione resa alla rivista di settore Gioco News, parlando di «piano nazionale sui casinò per affrontare in maniera complessiva un problema che non è del singolo territorio».

Insomma, l’organismo che immagina Baretta (e anche noi) assomiglia molto alla Casinos Austria Ag, la società austriaca a capitale misto che gestisce le dodici case da gioco del Paese, fornendo servizi di consulenza e management a un centinaio di altre “affiliate” nel mondo. Adattato alla realtà italiana, sarebbe un modo per governare un comparto in grossa crisi ottimizzandone risorse economiche e professionali e valorizzandone il know-how magari in altre location nazionali. E’ esattamente il modello che l’Anit propone da una decina d’anni, cercando di far passare un concetto molto semplice: che la crisi dei casinò non è solo un problema di gestione, ma anche di prodotto. Dovrebbe essere quindi interesse generale favorire l’apertura di nuove case da gioco perché ciò rappresenterebbe una reale opportunità innanzitutto per il risanamento dei bilanci dei quattro casinò esistenti, e poi per innescare processi virtuosi utili alla crescita del comparto.

Se poi all’idea di Baretta si riuscisse a dare una motivazione economica (e concettuale) più generale – per esempio coniugare l’industria del gioco con quella del turismo e del termalismo -, si potrebbero superare più agevolmente anche le (residue) resistenze di tipo ideologico ed etico sui casinò, interpretando in modo autentico il significato di intrattenimento e tempo libero.

Gianfranco Bonanno